Da Poggibonsi a Toronto, la storia di Marco

Qualche giorno fa è venuto a trovarci in redazione un amico di lunga data. Non gli è stata fatta la festa che normalmente si riserva agli amici, ma molto di più, perché Marco Olmastroni, di Poggibonsi, vive da un paio d'anni a Toronto, in Canada. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sulla sua esperienza di italiano all'estero

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Qualche giorno fa è venuto a trovarci in redazione un amico di lunga data. Non gli è stata fatta la festa che normalmente si riserva agli amici, ma molto di più, perché Marco Olmastroni, di Poggibonsi, vive da un paio d'anni a Toronto, in Canada. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda sulla sua esperienza di italiano all'estero.

Perché sei partito?

«Qualche anno fa ho conosciuto questa ragazza canadese al Central Park a Firenze, che poi è tornata a trovarmi e si è trasferita da me. Sono partito perché non riusciva a trovare un lavoro decente e, siccome io ho la possibilità di spostarmi, ho detto sai che? Nel gennaio del 2014 mi sono licenziato e siamo andati in Canada».

Com'è andata all'inizio? Quali sensazioni hai provato?

«Il cambiamento mi è sempre piaciuto. Le prime emozioni erano entusiasmo, eccitazione eccetera. Naturalmente un po' di paura c'era, visto che conoscevo la lingua solo a un livello base e quindi avevo il limite di non potermi esprimere come avrei voluto. Però il Canada è un Paese fatto di immigrati, quindi nessuno ti fa le pulci all'accento... Tutto sommato l'integrazione è stata semplicissima».

Hai notato qualche differenza?

«Le differenze che ho riscontrato sono tante. E' un Paese con quattro stagioni, con l'inverno che fa davvero l'inverno e ti fa trovare tutte le mattine la neve da spalare sul vialetto... Ma il freddo non m'ha dato noia. Una delle cose che mi è mancata di più sono gli amici. Le amicizie te le rifai, ma non sono quelle che esistono da vent'anni. E poi le distanze. Se vuoi fissare una cena o un aperitivo devi metterti d'accordo una settimana prima almeno.
Un'altra differenza è che non ti capita mai di andare nello stesso posto per la seconda volta... E' una città che richiede tanto, ma offre tanto. Non esiste l'attaccamento al posto fisso, capita che le persone si licenzino per il semplice gusto di licenziarsi».

Quali sono i vantaggi?

«C'è tanti pro. I pro dei servizi che funzionano, il pro che le buche vengono rifatte tutti gli anni e che se nevica ora tra due ore è tutto spalato e asciutto... Altre cose che attirano sono l'IVA al 13%, le tasse al 26%... Le due categorie pubbliche che in Canada guadagnano di più sono i poliziotti e gli insegnanti, i due pilastri della società: uno porta avanti le nuove generazioni e l'altro tiene in linea le vecchie generazioni».

La leggenda che si possono lasciare tranquillamente le chiavi nella porta di casa è vera? 

«No, è una leggenda. Cioè, la criminalità c'è. A Toronto un paio di omicidi alla settimana ci sono, ma è la quarta città più grande del nord America. Nel quartiere dove vivo sono circondato da famiglie con bambini che giocano in mezzo alla strada (a hockey, non a calcio). Comunque, anche se non lasci le chiavi nella serratura della porta, puoi lasciare liberamente fuori il tagliaerba per esempio».

Pensi che tornerai un giorno?

«Senti, tornerò ma non presto. Dopo due anni ora davvero non sopporto la gente che ti taglia la strada, i furbetti di turno... Mi piacerebbe ritrasferirmi prima che la nostra bambina cresca troppo e diventi resistente al cambiamento. Magari in Nord Europa.. In Svezia o in Olanda. La gente al nord è più civile. E poi tornare in Italia quando siamo vecchi, per godersi il mare e la bella vita senza più dover rincorrere i pagamenti o le tasse».

Pubblicato il 11 gennaio 2016 (modifica il 11 gennaio 2016 | 17:25 )

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