«Ho fatto solo una fotografia bella: i papaveri di San Lucchese». Intervista a Wallis Lucii

Wallis Lucii (il suo nome si pronuncia proprio così come si scrive) è nato a Pian dei Campi, a Poggibonsi, nel 1939. Molto legato al suo paese, il fotografo "dei poggibonsesi" e de La Nazione si racconta felice e soddisfatto della propria vita. Gli ho fatto una visita nel suo ufficio, nel suo piccolo mondo fatto di foto, dove mi ha accolto calorosamente e ha risposto alle mie domande

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Com’è nata la passione per la fotografia?
«Ho sempre avuto una passione per la fotografia, fin da ragazzo. A dodici anni mi hanno regalato la mia prima macchina fotografica e ricordo che non facevo altro che fare fotografie, soprattutto durante le gite scolastiche. Poi quando ho avuto la possibilità di avere una camera oscura, di poter stampare da me e sviluppare per conto mio ho incominciato seriamente. Mi ricordo che in un periodo ebbi una macchina fotografia chiamata Comet, allora una macchina fotografica da 1.650 lire; mi divertivo a fare i fotomontaggi in macchina, facendo una fotografia ad una ragazza, successivamente ad un ragazzo e ufficialmente venivano insieme. Furono i miei primi divertimenti». 

Come lavorava in passato?
«Prima usavo le macchine a pellicola di vari formati, secondo quello che mi piaceva di più. Incominciando con il bianco e nero, poi con il colore. Per quanto riguarda la fotografia di ieri, possiamo dire che si trattava di una fotografia fatta da un fotografo. Posso raccontare un aneddoto riguardo un matrimonio. Tanti anni fa mi chiamarono da Galluzzo, vicino Firenze. La cosa non mi piacque tanto, perché mi sembrava strano che andassero a cercare proprio me, però decisi di andarci lo stesso. Chiesi perché e mi risposero che io non li avevo riconosciuti ma in passato avevano già lavorato due volte con me. Apprezzarono le foto del primo matrimonio, mentre al secondo non si accorsero proprio che io fossi lì. La fotografia mi piace spontanea».

Con quanta difficoltà si è dovuto adattare a questo cambiamento?
«Ad essere sincero c’ho sofferto tanto. Ho sofferto perché non sono stato in grado di accettare questo cambiamento. Un esempio che posso fare è che oggi si chiede il preventivo, mentre ieri si sceglieva il fotografo. Quando ti capitava di vedere un album fotografico, riconoscevi il fotografo, oggi invece vai a fare un servizio fotografico con dodici ragazzi e se la foto ti viene un po’ storta ti basta un click».

Oggi che tipo di prodotti usa?
«Oggi non uso più la pellicola, la macchina fotografica l'ho messa da parte per regalarla al mio nipote. Adopero molto la Nikon, mi trovo bene». 

Che tipo di fotografia le interessa maggiormente?
«Non lo so. Sono convinto che in tutta la mia vita ho fatto solo una fotografia bella: i papaveri di San Lucchese (nell'immagine accanto)». 

Ha dei progetti in futuro?
(ride) «Io la mattina mi sveglio, vado in ufficio e mi diverto. Non penso al domani. Ho avuto la fortuna di fare di un hobby un mestiere. Credo che nella vita non capiti a tanti. Non sono mai stato convinto di esser bravo ma se a settantotto anni sono riuscito a campare facendo questo lavoro, qualcosa di buono l’avrò fatto. Un progettino piccolo devo dire che l’avrei... Mi piacerebbe realizzare piccoli libretti per settembre che riguardano la Fonte delle fate e la Fonte del Vallone».

 

Che cosa rappresenta per lei la fotografia?
«Per me la fotografia è vita. Se non ci fosse stata la fotografia non ci sarebbe stata la storia». 

Rosaria Orlando

Pubblicato il 27 luglio 2017

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