Irlanda, Svezia, Indonesia, Berlino e per il futuro chi lo sa. La passione di vivere fuori dall'Italia di Arianna

Lasciare il proprio Paese, per lo meno nel mio caso, non è affatto uno scappare, non è un abbandonare, né la sentirò mai come una sorta di imposizione perché, come si sente tanto dire, ''in Italia non si trova lavoro'' o ''c'è la crisi'' (la crisi è iniziata 6 anni fa e se ancora non riusciamo ad uscirne il problema è un altro... non la ''crisi'' stessa)

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Mi sono sempre considerata un'esterofila e posso dire per certo che la passione di vivere all'estero è sempre stata una costante della mia vita... che però non definirei "costante", visto che è cresciuta in modo esponenziale negli anni e cresce tanto quanto più vivo all'estero e faccio esperienze in Paesi differenti. Quello che però è cambiato nel corso degli anni sono state le ragioni, le motivazioni che mi hanno spinto a vivere in un Paese che non è il mio. Tutto è iniziato alla "tenera" età di 19 anni, quando, appena finito il liceo, spinta dalla voglia di imparare l'inglese e di fare la mia prima esperienza fuori casa, decisi di andare in Irlanda, dove ho vissuto per 3 mesi lavorando come ragazza alla pari.

Ho sempre amato la lingua inglese e, consapevole del fatto che in Italia imparare l'inglese è un po' difficile, feci le valigie e via. Esperienza a dir poco bellissima, in quanto prima vera sfida che ho affrontato da sola, lontana dal nido familiare, dai posti conosciuti, dagli amici. Ma la nostalgia di casa comunque si faceva un po' sentire.

La seconda esperienza di vita all'estero riguarda la Svezia, dove ho fatto l'Erasmus durante l'ultimo semestre di laurea magistrale. Questo progetto universitario, che mi sento di consigliare a tutti, in quanto unico e indimenticabile, mi ha permesso di fare amicizia con ragazzi di tutto il mondo, alcuni dei quali fanno ancora parte della mia vita. Ho conosciuto le loro culture, la loro cucina, i loro balli, alcune parole nelle loro lingue, le loro abitudini. Quando vivi all'estero e sei a contatto con persone che hanno un background spesso diversissimo dal tuo, anche un semplice caffè preso con un'amica diventa un'occasione per imparare qualcosa. Anche una cena, non è più una semplice cena. Una chiacchierata diventa un arricchimento del tuo vocabolario.

Mi sono inoltre accorta che spesso abbiamo una visione completamente distorta di nazioni e popolazioni che non conosciamo direttamente, ma le cui notizie ci arrivano soltanto attraverso televisione o giornali. Avere qualcuno che te le riporta in prima persona non ha eguali. Esperienza che mi porterò sempre nel cuore.
Inoltre, durante quei mesi, ho realizzato quanto sia magnifico vivere in un Paese che funziona davvero. È come se lo stato fosse in grado di far funzionare tutto. Tutto va come deve andare, soprattutto nella sfera pubblica. Svezia = efficienza = civiltà = servizi pubblici che funzionano = stato che sostiene e aiuta i propri cittadini = cittadini che rispettano regole e si impegnano x far sì che le cose funzionino nel modo più giusto. Un piccolo esempio che secondo me è molto significativo. Un giorno ho dimenticato il mio laptop in un bar. Sono poi tornata a casa e quando me ne sono accorta, dopo un paio d'ore, sono volata lì quasi già piangendo. Non ci crederete, ma nessuno lo aveva toccato. Era lì dove lo avevo lasciato. Non ci metterei la mano sul fuoco che altrove sarebbe successo lo stesso.

La terza esperienza mi ha portato invece un po' più lontana, forse perché è aumentata in me la voglia di scoprire e di osare in qualche modo. Sono passati quasi due anni da quando sono partita per l'Indonesia, dove ho fatto un tirocinio di 4 mesi in campo marketing. Credo che questa sia stata l'esperienza più travolgente della mia vita, che mi ha cambiato moltissimo. Sono partita qualche mese dopo la laurea magistrale, e visto che comunque in Italia era davvero difficile trovare un lavoro e visto soprattutto che niente mi tratteneva, mi sono detta che era il momento buono per fare questa sorta di pazzia.

Avevo voglia di provare e scoprire qualcosa di diverso, di nuovo, di inusuale. Sono stata là adeguandomi a una cultura completamente differente, un clima differente, a paesaggi differenti. Ho vissuto in una tipica abitazione indonesiana (menziono solo che il mio "bagno" era semplicemente un buco nel pavimento, lo sciacquone un secchio di acqua da riempire e la doccia una sistola che noi usiamo in giardino), con tanti simpatici animaletti (lucertole, formiche, ragni...) come coinquilini. Ma non avete idea di quanto tutto questo mi abbia fortificato. Non solo. La maggior parte delle persone non parlava inglese, o se lo parlavano era davvero molto limitato, ma non per questo non traspirava da ogni poro la loro voglia di aiutarti, di cercare di farsi capire.

Ho avuto anche la possibilità di viaggiare un po' nei Paesi limitrofi mentre abitavo là. La curiosità delle persone che incontravo di vedere un'occidentale era sbalorditiva. Mi hanno fatto un sacco di foto, perché per loro ero una sorta di novità, ero la "diversa", e lì ciò che è diverso fa curiosità e viene apprezzato se non addirittura emulato (al contrario di quanto siamo invece abituati noi). Può sembrare un luogo comune, ma questa esperienza mi ha fatto apprezzare davvero le cose semplici della vita e capire cosa realmente è importante.

E infine Berlino, dove vivo da più di un anno, una città stupenda che ormai sento mia, che conosco bene, che mi fa sentire a casa. È una città molto internazionale, tanto che trovare un berlinese doc è come trovare un ago in un pagliaio. Qui sto lavorando e in pratica costruendo la mia vita, anche se la voglia di vivere in posti nuovi è ancora tanta. Amo questa città, amo girarla giornalmente in bici, ma penso anche che il mondo è troppo grande e troppo stupendo per rimanere ancorati ad una sola città, soprattutto quando si ha solo 27 anni. E come ho detto all'inizio, la voglia di abitare all'estero è cresciuta esponenzialmente in questi anni, e non mi sento davvero di dire che questa è la mia città definitiva.

Sono felice, e anche fortunata direi, per avere accanto una persona con la mia stessa voglia di vedere il mondo, entrambi desiderosi di andare alla ricerca del "meglio del meglio", entrambe persone che non si accontentano. Nella nostra testa aleggiano infatti diverse mete per la prossima esperienza di vita: Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti. Chi lo sa.

Dunque, ricapitolando... Cosa mi ha spinto a lasciare l'Italia? La passione di scoprire il mondo, la voglia di provare esperienze nuove, di conoscere persone e culture diverse, la voglia di raccontare ai miei futuri figli una storia di vita un po' fuori dal comune.
Cosa mi spinge a non tornare? Le prospettive di lavoro che non sono delle migliori, un ambito pubblico e politico che funzionano poco, i pochi investimenti nei giovani, nella cultura, nelle iniziative che fanno crescere, la poca voglia di cambiare veramente le cose.
Purtroppo in Italia non ci sono quegli stimoli che ho trovato e sto trovando all'estero e questa è una grande pecca.

E vorrei chiudere con una considerazione. Lasciare il proprio Paese, per lo meno nel mio caso, non è affatto uno scappare, non è un abbandonare, né la sentirò mai come una sorta di imposizione perché, come si sente tanto dire, "in Italia non si trova lavoro" o "c'è la crisi" (la crisi è iniziata 6 anni fa e se ancora non riusciamo ad uscirne il problema è un altro... non la "crisi" stessa). Bensì è uno scegliere altro, scegliere ciò che è meglio per me e per il mio futuro. Avere l'ambizione di andare a cercare il meglio, è ciò che mi rende felice. Forse sarà proprio quando sentirò che all'estero non sono più felice che allora tornerò in Italia, e anche quella sarà sicuramente una scelta.

Arianna Sarchi

Chiunque voglia contribuire e raccontare la sua storia può scrivere a redazione@valdelsa.net.

Pubblicato il 6 ottobre 2014 (modifica il 22 giugno 2016 | 16:14 )

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