La storia, il fascismo, Montemaggio e la libertà. Intervista al partigiano Guido Lisi

«Il 2 Gennaio del 1944, io e un altro gruppo di partigiani, nonostante il freddo e la neve, decidemmo di raggiungere i capanni che erano già stati occupati da alcuni partigiani di Colle e proprio lì cominciammo a collaborare. Questo gruppo che si era creato, andando avanti, cresceva sempre di più, tanto è vero che nel mese di febbraio partì un primo gruppo e nel mese di marzo cominciammo a spostarci anche noi»

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Buonasera Guido, può dirci come ha vissuto lei il periodo finale della Seconda Guerra Mondiale? mi riferisco in maggior modo all’occupazione nazi-fascista?

«Io sono nato nel 1925, quindi ho assistito a tutto il periodo fascista e alle più grandi trasformazioni e eventi epocali che hanno riguardato l’Italia nel 20esimo secolo. Quando ero piccolo, ricordo che eravamo bombardati dalla propaganda fascista e ne rimanevamo quasi come ipnotizzati, poi col passare degli anni capii cos’era veramente il fascismo e decisi di combatterlo. Da bambino vivevo a Siena, poi in seguito a problemi familiari ci trasferimmo a San Gimignano e, viste ormai la criticità della situazione familiare causate dalla guerra, la difficoltà di mia madre di mantenere me e i miei fratelli e la misera paga che ricevevo, decisi di “scrollare un peso di dosso alla mia famiglia” e quindi partii per andare volontario in aviazione a Torino. Quando arrivai a Torino, nel marzo del 1943, ci furono molti bombardamenti. Fu bombardata anche la nostra caserma e l’aria che si respirava era veramente di alta tensione e di paura, infatti nei mesi successivi ci furono molti scioperi contro il fascismo dove io stesso partecipai e questi servirono davvero a illuminarci su ciò che stava accadendo e a farci aprire gli occhi a noi giovani. Addirittura ricordo che quando cadde il fascismo, Torino era piena di gente nelle piazze e i cittadini inneggiavano tutti contro il regime (anche se ci dicono che erano “tutti fascisti” all’epoca), cosicché quasi credemmo che fosse arrivato un momento di svolta. Giunti all’8 settembre si arrivò dunque alla firma dell’armistizio e lì tutti noi ci chiedevamo cosa sarebbe accaduto e cosa avremmo dovuto fare. Tornammo a casa per rivedere i nostri amici e le nostre famiglie, ma fu solo l’inizio di un altro periodo: “il periodo partigiano”».

Parlando a livello più locale, dov’era lei e cosa stava facendo nel periodo attorno a quello che poi è stato “l’eccidio di Montemaggio”?

«Quando tornai da Torino a San Gimignano ricontattai i miei vecchi amici per sapere quali erano le loro intenzioni e le loro idee al riguardo dell’occupazione dei tedeschi nel nord Italia. Loro mi dissero che il vecchio C.L.N (Comitato di Liberazione Nazionale) dove ora convergevano tutti i partiti anti fascisti, aveva iniziato a far costruire dei capanni sul Poggio del comune (località Castagneto), vicino San Gimignano, per ricevere tutti coloro che erano contro la Repubblica di Salò e i movimenti fascisti che si stavano avvicinando. Il 2 Gennaio del 1944, io e un altro gruppo di partigiani, nonostante il freddo e la neve, decidemmo di raggiungere i capanni che erano già stati occupati da alcuni partigiani di Colle e proprio lì cominciammo a collaborare. Questo gruppo che si era creato, andando avanti, cresceva sempre di più, tanto è vero che nel mese di febbraio partì un primo gruppo e nel mese di marzo cominciammo a spostarci anche noi. Proprio in quel momento ci fu comunicato dal C.L.N Valdelsa (San Gimignano, Colle, Certaldo), che i gruppi di Poggio del comune dovevano confluire su Montemaggio ma non tutti in una volta, bensì separatamente. Così, l’ultima settimana di marzo, prima dell’eccidio, partì un gruppo e si sorteggiò per stabilire i componenti del gruppo e io non fui estratto tra i primi. A volte il caso decide beffardamente o saggiamente sul destino degli uomini, dunque rimasi nell’ultimo gruppo. Il 27 marzo dovemmo partire anche noi verso la sera e a Pauliciano (poco prima di Montemaggio) c’erano dei partigiani ad attenderci e lì sostammo perché eravamo arrivati praticamente la mattina e quindi pensammo di ripartire per il pomeriggio. Fu così che proprio nel pomeriggio, quando eravamo pronti per partire, arrivò in contro a noi una staffetta che ci disse: "Su Montemaggio i fascisti hanno ammazzato tutti i partigiani".

Fu un colpo tremendo al quale non riuscimmo a credere e da lì ci dividemmo per cercare di poter dare ancora una mano e di poter contribuire a difendere le nostre città e la Val d’Elsa. Io andai a San Gimignano, a capo di un piccolo gruppo nel tentativo di salvare e aiutare gli abitanti della cittadina che stavano subendo dei bombardamenti devastanti in quei giorni e alla fine con l’unione delle forze di tutti i cittadini riuscimmo a aiutare persone in grave pericolo».

Una domanda più a livello personale: secondo lei oggi i giovani come dovrebbero trattare e considerare questi episodi e quali considerazioni ne dovrebbero trarre? Si sente di dire qualcosa in proposito?

«Secondo me dovrebbero comprendere, ripensando a quello che è stato il fascismo e le sofferenze che ha creato, che siamo stati noi proprio in quel periodo che abbiamo scelto di combatterlo e per questo tanti di noi ci hanno lasciato la vita. Riflettere su questo è importante come memoria e soprattutto per far scattare la molla per capire quale comportamento e attitudine avere se si vuole la giustizia sociale. Infine, ai giovani vorrei dire: non lasciatevi influenzare dalle “parolone” facili e grandi che portano solo ai populismi e poi ai fascismi, che portano in conclusione solo, come è successo in Italia, umiliazione e divisione. Questo è l’augurio che mi sento di fare».

Carlo Busini

Nella foto Guido Lisi in un momento del 72esimo anniversario dell'Eccidio di Montemaggio

 

 

Pubblicato il 26 marzo 2017

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