Laura ha 25 anni. Ha vissuto per 6 mesi ad Arles e per altrettanti a Montpellier. Ecco le sue riflessioni da italiana all'estero

Ho dato una sfogliata virtuale alle decine di altre testimonianze raccolte in questa rubrica. Il primo elemento di condivisione delle persone con in comune mesi di vita vissuta in un altro Paese è proprio il momento di riflessione obbligato verso cosa voglia dire vivere all'estero. Un passo che, chi prima chi poi, tutti abbiamo affrontato

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Prima di iniziare a scegliere attraverso quali parole condividere la mia personale esperienza di italiana all'estero, ho dato una sfogliata virtuale alle decine di altre testimonianze raccolte in questa rubrica. Il primo elemento di condivisione delle persone con in comune mesi di vita vissuta in un altro Paese è proprio il momento di riflessione obbligato verso cosa voglia dire vivere all'estero. Un passo che, chi prima chi poi, tutti abbiamo affrontato, spesso discutendo con persone di altre nazionalità anche loro in qualità di stranieri, e che poi abbiamo approfondito nella riflessione su noi stessi, su noi in quanto italiani all'estero.

Le implicazioni sono chiaramente maggiori quando, invece di riflettere sulle opportunità derivate dall'essersi spostato, si riflette su cosa vuol dire aver lasciato le relazioni di sempre, i legami familiari, il contesto delle proprie origini, quindi una parte di sé, del proprio passato. E su cosa vuol dire non essere in grado di immaginare che prima o poi ci sarà il tanto acclamato "ritorno". Personalmente ho passato un'immensa quantità di tempo a soppesare i pregi ed i difetti del tornare di tanto in tanto, trovando spesso i primi sempre vincenti. D'altronde si sa, fatica del viaggio a parte, è sempre un piacere tornare. E' innegabile persino per coloro che se ne sono andati per scelta e che hanno trovato la propria dimensione all'estero perché talmente presi dal concentrare i saluti ai parenti, i racconti, le birre con i vecchi amici, riescono a dimenticare il prurito allergico che gli provoca l'aria di casa.

Il tempo però passa, i viaggi di andata e ritorno si accumulano, gli anni pure, si cambia, le priorità mutano prendendo la forma di nuovi desideri e bisogni. Il peso dei pro e dei contro ha ora una nuova unità di misura che si basa su queste nuove priorità e l'ago della bilancia comincia pericolosamente a tendere verso la voglia di tornare. Delle esperienze che ho letto condivido le idee sul ventaglio di possibilità diverse che ti si aprono nell'esperienza fuori dai nostri confini, che siano di studio, ricerca o lavoro. Accanto a queste, che da sole non bastano a motivare la scelta di andarsene c'è questo famigerato senso di "essere apprezzati". Senza nessuna mania di grandezza, dopo anni di studio, vedere delle possibilità di realizzazione, avere qualcuno che ti ascolta, che non considera le tue passioni una perdita di tempo è rincuorante.

Le mie due esperienze di vita all'estero, a un anno e mezzo di distanza l'una dall'altra, riguardano entrambe la Francia, in particolare quella del Sud /Arles e Montpellier), che dicono si avvicini di più all'Italia che lascio ogni volta, perché pur sempre in area Mediterranea. Eppure ogni volta mi ritrovo a guardarmi attorno cercando un calore umano che mi sembra irriproducibile. Sicuramente trovarsi in un nuovo contesto, senza conoscere nessuno contribuisce a questo vuoto, almeno inizialmente. Io con le valigie che mi trascino da una parte all'altra, porto con me anche la convinzione che il trionfo della razionalità implichi il sacrificio della spontaneità, quella che noi italiani conosciamo bene. A noi scegliere se il gioco vale la candela.

Laura

Chiunque voglia contribuire e raccontare la sua storia può scrivere a redazione@valdelsa.net.

Pubblicato il 26 gennaio 2015 (modifica il 16 giugno 2016 | 15:33 )

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