Le “città invisibili” di Duccio Santini, che mischia architettura e fantasia

"È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure"

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E' guardando i disegni di Duccio Santini, mio ex professore di disegno e storia dell'arte al liceo scientifico Alessandro Volta di Colle, che ho pensato a questa frase, tratta da Le città invisibili di Italo Calvino. L'ho incontrato per un'intervista.

Duccio Santini usa diversi stili per le sue opere. Quello più classico, legato maggiormente alla città e al paesaggio, quello fumettistico, rivolto soprattutto ai bambini e, infine, quello con una sola linea, senza ombre, il suo preferito, in bianco e nero. Sono specialmente due i soggetti che ama rappresentare: l'architettura e le macchine. «Disegno soprattutto automobili che ho visto negli anni '50 e '60 - spiega -, quando davvero avevo una passione viscerale per le quattro ruote. Non m'interessa il motore, né le sue prestazioni, ma la sua forma, perché la forma quando si vuole è anche sostanza».

«Disegno continuamente e disegno di tutto», mi dice sfogliando un quaderno nero che tiene sulla scrivania. «Dai disegni più tecnici, che poi sviluppo, a dei pensieri, dalle sensazioni ad appunti di viaggio. Se mi viene in mente una cosa, la disegno. Sono disegni per me, non li faccio con l'intento di mostrarli ad altri».

E' vero che Duccio Santini disegna continuamente. Appena sono entrata nel suo studio, ancora prima di cominciare con i convenevoli e le domande, ho subito fatto caso al fatto che non riesce a trattenere la penna. Disegna su un post-it delle figure geometriche concentriche. Scarabocchi, direbbe un profano, che però conserva con cura.

Le capita mai di strappare o accartocciare la carta su cui ha disegnato, perché magari non le piace quello che ha fatto?

«No, strappare qualche cosa per me è come togliermi un pezzo di carne. Anche questi disegni qui (e indica dei post-it accanto) li lascio, perché magari più avanti può nascere qualche cosa. I disegni sono tutto. Un domani, se andrò a rifinire in Paradiso, passerò tutto il tempo a disegnare».


Che rapporto ha con la città e con Colle in particolare?

«Il rapporto che ho con la città è soprattutto quello di chi la vive. Naturalmente come abitante mi capita di vedere tutta una serie di situazioni che non funzionano, come succede un po' a tutti. Come esperto ogni volta mi vengono in mente quelle che potrebbero essere le soluzioni per risolvere questi problemi. La prima cosa che mi viene in mente è quella di agire sulla pulizia del posto in cui viviamo. Una pulizia capillare e un riordino di tutto ciò che è "mobile". Poi chiaramente si può passare a tutta un'altra serie di interventi che però, a differenza dei primi, non sono realizzabili domani. Come architetto, quando vedo qualcosa che non torna, nella mente ho subito la mia personale ricetta. Non sempre questa è fattibile, per tante ragioni».

Nei suoi disegni sembra spesso che le soluzioni siano fantastiche...

«La città fisica, costruita, ha un peso, una staticità, delle regole a cui deve sottostare. Invece nei disegni sono completamente libero di mettere su una piuma un edificio che può pesare tonnellate e tonnellate, per esempio. Il disegno è questo per me: è fantasia, è libertà creativa. Disegnare per me è fondamentale. Ho incontrato di recente un vecchio compagno delle elementari che non vedevo da tanto tempo. Mi ha detto "Ah guarda Duccio Santini, me lo ricordo sempre con la testa piegata sul banco a disegnare". Da lì non ho mai smesso. Il liceo artistico, gli studi sull'architettura e sul design hanno arricchito il mio bagaglio, ma io di base rimango sempre uno che disegna».

«Col disegno ritorno indietro, è un po' come una macchina del tempo. Ci sono per esempio edifici che ho disegnato e che sono stato a vedere dopo tanto tempo che mi hanno profondamente deluso. Perché col passare degli anni sono cambiati, mentre sulla carta si sono come cristallizzati. Il disegno conserva la sensazione, la memoria delle persone che c'erano».

Molto di quello che Duccio Santini mi racconta lo si ritrova nelle belle parole spese dalla professoressa Maria Sabrina Pirri, ex preside del Volta, nel libro Visioni di architetture (Nencini Editore), realizzato in collaborazione con la Cooperativa edile Montemaggio. "Memorie involontarie - scrive la Pirri - certo, perché nel sogno, come ci insegna Freud, avvengono spostamenti e condensazioni".

«Credo che il disegno sia alla base dell'architettura, tutto parte da lì», mi dice il mio ex professore, continuando nella nostra chiacchierata. «Questo ovviamente non lo dico solo io, è una teoria suffragata da tanti altri studiosi e colleghi esperti. In particolare mi riferisco al disegno a mano libera, perché trovo che sia il metodo migliore per coagulare l'idea. Oggi noto che nelle facoltà si tende molto a far usare il computer, che risparmia la fatica del disegnatore ma perde invece di quel fascino, di quella fantasia che gli appartiene. Per dirlo con un esempio, il disegno a mano libera è un po' come andare in barca a vela; il disegno al computer è come andare su un motoscafo ad alta velocità. Oppure, il disegno a mano libera è come quello che si arrampica sulla roccia con la sola forza delle mani e dei piedi, a differenza dell'alpinista che usa la maschera per l'ossigeno e altre attrezzature».

Insegna ancora?

«Una delle cose che mi ha un po' scombussolato è la pensione. Della scuola amavo solo due fattori: gli studenti e l'insegnamento. Il resto per me era tutto negativo: le riunioni, la burocrazia... Era tutto tempo perso secondo me. Quello non mi manca assolutamente, anzi, mi sono tolto un peso, ma lo stare in classe e insegnare... A parte i rapporti umani, è la gioia di stare insieme ai ragazzi nel momento più bello della loro vita, per cui io ho cercato di dare, ma ho sempre ricevuto più di quello che ho dato, che mi manca. Mentre insegnavo continuavo a imparare, continuavo ad avere degli stimoli, delle idee che magari riversavo anche in altri lavori.

Il concetto che una volta avevo della pensione era quello di me seduto a un tavolo con una pila di fogli che passava da una parte all'altra della scrivania, attraverso le mie mani che disegnavano. Poi ovviamente non è così, perché le cose da fare comunque sono tante. La mancanza dell'insegnamento è in parte sopperita dal fatto che ho due nipotini che accudisco, che seguo... Faccio il nonno insomma, con tutte quelle concessioni che si fanno ai nipoti e che non sono tanto apprezzate dai genitori. L'unica cosa che cerco di fare è insegnare loro la creatività, perché è un bagaglio che ho ricevuto e cerco di trasmettere a chiunque.

Credo sia vero quello che ha detto Eco, che mi è capitato di leggere di recente: l'insegnamento più grande che si ha dai genitori è quello che ci viene impartito senza che se ne rendano conto. Agisco e chi li ha intorno impara qualcosa, spesso ciò che veramente è importante. Se ci ripenso, a me è successo così. E quindi agisco coi miei nipoti, attraverso l'esempio di tutti i giorni».

Alla fine del nostro incontro, il Santini, come lo chiamavamo al liceo, mi porta a fare un giro in una delle vetrerie di Colle per un progetto che realizzerà prossimamente. Suo nonno lavorava in ferriera, è da lì che ha subito il fascino della fabbrica, dell'industria. Certi suoi disegni, infatti, con strani marchingegni e tubi sembrano proprio rimandare a quel mondo, che conosce bene e che non smette mai di visitare.

Alessandra Angioletti

Pubblicato il 25 novembre 2016 (modifica il 13 febbraio 2017 | 18:42 )

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