«Mi trovo a fare i conti con la crisi che attraversa il nostro Paese, ma ho imparato che non dovremmo vederci obbligati a partire». Il racconto di Gabriele da italiano all'estero

Ricordo molto, molto bene il momento in cui ho iniziato a voler viaggiare. Conoscere posti nuovi, gente diversa da me. Avevo più o meno diciassette anni, e da allora alla prima occasione utile ho preso un aereo, un treno, l'auto e lo zaino, partendo per qualche tempo. C'era sempre la voglia di tornare, tornare a casa, casa mia

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Raccontare la mia esperienza all'estero. Quale esperienza raccontare?
Ricordo molto, molto bene il momento in cui ho iniziato a voler viaggiare. Conoscere posti nuovi, gente diversa da me. Avevo più o meno diciassette anni, e da allora alla prima occasione utile ho preso un aereo, un treno, l'auto - addirittura la bici - e lo zaino, partendo per qualche tempo. C'era sempre la voglia di tornare, tornare a casa, casa mia. Raccontare un viaggio nuovo, perché un viaggio non ha senso, per me, se non è condiviso. Prima, durante o dopo.

Oggi mi trovo in una condizione un pò diversa. Ho 28 anni, ho appena finito un dottorato di ricerca in storia economica dopo una laurea specialistica in economia. Sono partito per un altro "viaggio", ma questa volta con la prospettiva di tornare a casa, forse, tra un po' più di tempo. Mi trovo, come tanti miei coetanei, a fare i conti con la crisi che attraversa il nostro Paese. Crisi che non è solo economica. Vedo molte opportunità all'estero, poche a casa. Ma ho imparato che non dovremmo vederci obbligati a partire. Non lo siamo. Partire o restare è sempre una scelta. Io per ora ho scelto di prendere questa strada, perché voglio imparare ancora tanto, perché ci sono tante cose che vorrei conoscere, toccare con mano, prima di decidere quale direzione prendere per la vita.

A parte qualche viaggio in Europa, la mia prima esperienza all'estero risale al 2009, quando al secondo anno di specialistica sono stato nove mesi in Erasmus in Irlanda. Non la meta più ambita per il clima. Ma il Paese ha sempre esercitato un certo fascino su di me, e la lingua - per quanto con un accento bello forte - mi avrebbe poi permesso di migliorare l'inglese e aprire qualche porta in più. Al di là delle mie più rosee aspettative, questo è stato davvero un anno fondamentale. La lingua, ma anche il contatto con una cultura diversa, con un tipo di sistema universitario differente, e soprattutto con amici da più parti d'Europa. Un'Europa che ho scoperto essere più unita di quella dell'Euro e del libero mercato, mentre scoprivo con sorpresa quanto italiano mi vedessi nello specchio di altre culture.

Ho scoperto amici con cui ancora sono in contatto, che vedo spesso, con cui condivido molto. Dovunque siamo. Sento spesso - come luogo comune ma anche da molti studenti universitari - che l'Erasmus può essere una perdita di tempo, che gli esami vanno a rilento, che è difficile la convalida in Italia, che non vale la pena. Io non sono, né sarò mai, d'accordo. In primis, aggiustare il programma di studi è dura, e richiede molto tempo, sforzo ed energia. Ma si può fare, e il personale dell'università normalmente è molto disponibile. Secondo, io da parte mia rifarei l'Erasmus anche se non mi convalidassero nessun esame. C'è molto di più di un'esperienza accademica in un anno all'estero. E questo ha un valore che va al di là di qualsiasi aspetto negativo che si possa trovare prima di partire. Purtroppo non tutti hanno la possibilità di farlo. Ma se ci fosse, io consiglio di prenderla al volo.

Mentre ero in Irlanda ho fatto domanda per il dottorato in storia economica all'Istituto Universitario Europeo a Firenze, che mi ha poi permesso d'imparare a fare ricerca, a gestire il mio lavoro, ad affrontare e organizzare conferenze e seminari di livello internazionale, scrivere articoli scientifici e insegnare. Questo percorso è stato ideale, dandomi la - rara - possibilità di vivere a "casa" e, al tempo stesso, viaggiare e rimanere in questo ampio network. Durante il programma ho avuto la fortuna di insegnare alla London School of Economics di Londra per quasi un anno, entrando in contatto con studenti, ricercatori e professori con diversi background e ampliando molto le mie competenze professionali.

Verso la fine del dottorato le prospettive sono cambiate. Con il sistema universitario italiano che arranca, per non parlare del settore privato, quasi tutte le prospettive si sono aperte all'estero. Quando ho ricevuto un'offerta di lavoro dalla Germania per seguire un progetto di ricerca internazionale organizzato da un consorzio di università Europee ho deciso, non senza difficoltà, di partire ancora. Stavolta però non c'è una data di ritorno. Ma c'è un'esperienza nuova. Una lingua che, per la prima volta dopo anni, non conosco affatto. E anche se iniziare ancora un corso di lingua da zero non è facile, ho voglia di spendere energie per farlo. Imparando che la Germania non è il paradiso d'Europa, che qui ci sono problemi come se ne trovano ovunque, e che ci sono molte ragioni per cui ancora i nodi stentano a venire al pettine. E capire che al di là del momento in cui tutti sembrano dimenticare quanto è importante un'Europa unita, e un'Europa aperta, è bello sentire gente di altri Paesi e della mia stessa generazione parlare delle stesse delusioni, delle stesse speranze, e della stessa voglia di condividere e aprirsi, più che chiudersi. Io spero che questa voglia prevalga, in un momento in cui la crisi economica rischia di portare altre crisi, molto più gravi.
 


Gli ultimi cinque anni sono stati fra i più belli della mia vita, e anche fra i più difficili. E in tutto questo girare, stranamente, ho rinforzato molti dei legami che avevo. Con la mia famiglia, con gli amici. E' stato un percorso che mi ha dato molto, e che non finisce qui. C'è a chi non interessa viaggiare, e non mi piace pensare che questo sia sbagliato, oppure una mancanza. Per fortuna, ancora, molti di noi hanno la possibilità di scegliere cosa fare e come farlo. Ma l'unica cosa che direi a chi si affaccia adesso sul mondo dell'università, e del lavoro, è di non aver paura. Se c'è la voglia di fare, di conoscere e imparare, le possibilità ci sono. E anche se bisogna guardare sempre di più all'estero, ci sono tantissime persone nel nostro Paese che ancora valutano il merito e la voglia, oltre alla capacità. Io non avrei vissuto tutto questo se non ne avessi conosciuta una anni fa, all'Università di Siena.

Vorrei poter tornare e fare quello che mi piace in Italia, un giorno. Questa scelta non so se potrò farla. Ma le opportunità si creano, non vanno solo sapute prendere. Forse è questo il prossimo scalino che mi aspetta, e che tanti di noi dovranno affrontare per il proprio futuro.

Gabriele Cappelli

Chiunque voglia contribuire e raccontare la sua storia può scrivere a redazione@valdelsa.net.

Pubblicato il 15 dicembre 2014 (modifica il 16 giugno 2016 | 15:39 )

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