Ritornati sulla Cassia, dopo pochi metri dal Santuario, una strada conduce in campagna. Procedendo per questa, dopo alcuni chilometri, sulla sinistra, si trova il bivio che, immettendo in una salita fiancheggiata da due file di cipressi, conduce a Luco e Strozzavolpe.
Compresa fra le suffraganee della Pieve di Borgo Marturi, la chiesa di S. Martino a Luco, ricordata per la prima volta nell'anno 983, è una costruzione romanica i cui muri perimetrali sono formati da regolari bozze di tufo e travertino.



San Martino a Luco


Nella facciata si apre un portale con architrave, lunetta ed archivolto e sopra questo una bifora con colonnina centrale. Nella parte terminale dell'edificio è posta la piccola torre campanaria.
L'interno, costituito da un'unica navatella e coperto dalle consuete capriate a vista, prende luce, oltre che dalla suddetta bifora, da tre finestrelle che si aprono tutte sul lato destro e poste alla sommità della parete sotto il tetto dell'edificio. L'abside di piccole proporzioni non sporge all'esterno; un affresco rimaneggiato ne occupa il catino.
Non lontano dalla chiesa si erge un torrione medievale fornito di eleganti bifore e merlature originali e a qualche centinaio di metri, il castello di Strozzavolpe.




Il castello di Strozzavolpe


Il castello ricordato come "Scioravolpe" in un documento della Badia Isola del 1154, ebbe come primo signore il conte Guido Guerra, che lo fortificò e costruì pure una galleria sotterranea che, passando sotto il torrente Staggia, metteva in comunicazione Strozzavolpe con la città di Poggiobonizio ed il castello di Badia. Successivamente furono proprietari i conti Alberti, i Salimbeni, gli Adimari, i Rinuccini ed altri, verso il 1659 i Ricciardi. Fu proprio al tempo dei Ricciardi e precisamente nel 1661 che nel castello fu ospitato l'artista napoletano Salvator Rosa. Attualmente è di proprietà dei signori Bizzarri-Arcangeli.
L'edificio conserva ancora il perimetro irregolare delle mura che circondano il Cassero. All'interno si accede per un ponte levatoio e da una porta che passa sotto un'alta torre merlata, ricostruita in parte nel secolo scorso. Degne di nota la sala d'armi e la piccola cappella gentilizia del 1500.

Percorrendo in senso inverso la strada dei cipressi si ritorna sulla comunale. Dopo pochi chilometri, a sinistra, si trova il bivio che conduce alla chiesa romanica di S. Maria Assunta a Talciona.
Ricordata in un documento del 1156 come "Canonica di Talciona", dipendente dalla Pieve di S. Agnese, anticamente fu proprietà dei conti Guidi, poi degli Adimari ed infine annessa all'Arcispedale di S. Maria Nuova a Firenze.



Chiesa di S. Maria Assunta a Talciona


La costruzione (sec. XII) ha un paramento murario formato di filaretti regolari di bozze di tufo. Sulla facciata si apre una porta rettangolare i cui stipiti, a bozze squadrate ad angolo, terminano con due mensole (che portano scolpite figure di animali) su cui poggia I'architrave in arenaria (datato 1234).



La facciata


Su questo è scolpita un'Adorazione dei Magi, forse frutto di maestranze del luogo, al di là di opinioni non sempre favorevoli, il bassorilievo è di una plasticità ed eleganza suggestiva. Sopra questo architrave ed a ripiombo sugli stipiti gira un archivolto a doppia ghiera: infatti, l'intradosso è a tutto sesto rialzato e l'estradosso è a sesto acuto decorato con motivi a fogliette d'acanto. Al centro delI'archivolto è visibile un'aquila (simbolo della potenza di Dio) che tiene fra gli artigli un serpe (simbolo del tempo o del male). La stessa decorazione a foglie d'acanto si ripete anche nell'occhio posto al di sopra della porta.
I muri laterali terminano con un cornicione formato da cotti disposti a lisca di pesce. Un'altra porta (rimurata), anch'essa con archivolto a sesto acuto, si apriva sul lato sinistro, quasi al limitare della navata.
La costruzione termina con un campanile della fine dell'ottocento ed un abside coronato da arcatelle. Quest'ultimo, non pienamente visibile, perchè inserito nella casa canonica, ha nel centro una monofora che presenta all'esterno un fregio raffigurante due pavoni (simbolo dell'eternità) che si dissetano ad una fonte.
L'interno con unica navata e tetto a cavalletti prende luce dall'occhio della facciata da una finestra rettangolare posta sul fianco sinistro e da un altro occhio con rosone artisticamente traforato che presenta un disegno geometrico a cerchi concentrici e situato sul lato destro della chiesa. Notevole un prezioso tabernacolo per olio santo, in terracotta policroma, attribuito a Giovanni e Andrea della Robbia.