Anno 1884, in triciclo a Poggibonsi

Nonostante avessimo deciso di partire da Poggibonsi all'inizio della mattinata, una grande folla ci aspettava già davanti alla porta della locanda. La padrona ci disse addio facendoci tanti auguri

 FRANCO BURRESI
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Nel 1884 i coniugi Joseph e Elisabeth Pennell, americani di Philadelphia, lui pittore, lei scrittrice, decidono di compiere il tragitto Firenze-Roma con uno strano triciclo, avente due grandi ruote anteriori ed una piccola posteriore. Da questa esperienza nascerà nel 1887 il libro “Two pilgrims’ progress”, (Il viaggio di due pellegrini) nel quale raccontano la loro avventura. Il libro è corredato di alcuni splendidi disegni, conseguenza della loro acuta osservazione del paesaggio e delle abitudini di vita delle persone incontrate. Un capitolo del libro è intitolato “A Poggibonsi”. I due infatti sostano all’albergo Aquila, di cui descrivono alcuni particolari, mettendo insieme in evidenza l’ospitalità dei gestori. Annotano nello stesso tempo alcuni simpatici modi di dire in uso a Poggibonsi e danno poi una breve, ma intensa, descrizione della città: una città, di sera, molto animata, la chiesa dove è appena finita la messa, la calma che prende il posto del movimento nel dopo cena, interrotta però da alcuni improvvisati cantanti di strada che con il loro canto chiudono una splendida giornata di sole. E poi la folla curiosa, al mattino, al momento della loro partenza in triciclo, con tanto di carabinieri e ufficiali di ferrovia a segnare il momento della partenza. Strada facendo, i Pennell danno una accurata descrizione della nostra campagna, con la vendemmia ancora in corso. Infine, una breve descrizione di Staggia, che i due criticano un po’per la caotica attitudine degli abitanti a camuffare il vecchio, pitturando di nuovo le vecchie rovine medievali, inserendo qua e là finte finestre o persiane, pitturando la chiesa e via dicendo. Qui sotto il brano relativo a Poggibonsi:

A POGGIBONSI

“L'Albergo dell'Aquila di Poggibonsi era ancora più comodo del “Maggiore” di Empoli. Cenammo in una sala dalle cui pareti ci sorridevano Re Umberto e la sua Regina, mentre di fronte c'erano i ritratti di due briganti, sensazionali e suggestivi, ripresi in solitari passi di montagna. La padrona si avvicinò con l'insalata, e lei e il cameriere in un allegro duetto ci trattarono secondo l'amichevole moda italiana, e poi ci raccontarono della visita a casa loro del console americano di Firenze; dei tempi duri che il colera aveva portato con sé per tutta l'Italia; delle cattive strade per San Gimignano e di quelle ripide per Siena, lungo le quali i contadini non viaggiavano mai senza tenere presente il vecchio detto: “All’ingiù tutti i santi aiutano, ma all’insù ci vuol Gesù”. (Scendendo dalla collina, si invocano i santi; ma salendo, si ha bisogno di Gesù). In poco tempo J. si unì al discorso e il duetto divenne un trio. Non ero mai stata così colpita dal suo fluente italiano. Anche la padrona non era così pronta con le sue parole quanto lui con le sue. Quando gli parlai in seguito, mi disse che supponeva che fosse stato perfetto: lui stesso non ne aveva capito la metà. Dopo cena, e al crepuscolo, camminammo per le strade animate e affollate fino alla chiesa, dove era appena terminata la funzione. Un sacerdote in cotta bianca lasciò l'altare e un altro cominciò a spegnere le luci non appena entrammo. Ma nella navata buia molti fedeli erano ancora inginocchiati in preghiera. La città si fece più tranquilla con l'avvicinarsi della notte. Ma proprio mentre stavamo per dormire, alcuni uomini passarono per la strada, sotto la nostra finestra, cantando. Uno in un tono forte e chiaro cantò una melodia, gli altri fecero l'accompagnamento per il ritornello, e l'effetto fu quello di una grande serenata. La loro canzone fu una degna buonanotte dopo un giorno bello in cui non c'era stata una nuvola.

Nonostante avessimo deciso di partire da Poggibonsi all'inizio della mattinata, una grande folla ci aspettava già davanti alla porta della locanda. La padrona ci disse addio facendoci tanti auguri; uomini e donne che non ci avevamo mai visto ci salutavano piacevolmente con un “Arrivederci”, due carabinieri ci osservavano dall'altra parte della piazza, gli ufficiali delle ferrovie alla stazione gridavano: “Partenza, partenza!”. Giungemmo fuori città. Sarebbe stato “su, su, su”, tutta salita, secondo quello che ci avevano detto alla locanda, ma per parecchi chilometri andammo abbastanza veloci, così che ero sicura che i contadini che superavamo stessero ancora invocando solo i santi. La salita all'inizio fu molto graduale, mentre la strada era ottima. C'erano sia discese che salite e per ogni ripida salita avevamo una breve discesa. Ora avevamo raggiunto ville di campagna che solo poco prima erano state sopra di noi, e quindi arrivammo in un luogo alto, da cui potevamo osservare colline che si innalzavano sopra altre colline - alcune senza alberi e grigio cenere, altre fitte, boscose e splendenti di un verde dorato o color ruggine, e altre ancora, bianche e simili a nebbia, che sembravano sciogliersi nelle soffici nuvole bianche adagiate sulle loro vette più alte. Per tutto il tempo, incontrammo siepi ricoperte da grappoli di bacche rosa, rosse e arancioni del piracanto. L'erba sul ciglio della strada era viva, ornata di fiori di un rosa cremisi brillante, di bocche di leone, denti di leone gialli e margherite viola. Arrivammo a una vigna dove l’uva matura era ancora appesa a grappoli color porpora alle viti, e c’erano uomini e donne, alcuni a piedi e altri su delle scale, che raccoglievano l’uva e riempivano con essa i loro grandi secchi e le ceste. In fondo al campo c'erano dei buoi bianchi; le loro grandi teste erano decorate con nastri rossi, in attesa. Ragazzi con secchi appesi a lunghi pali andavano e venivano tra le vigne. In tutte le altre vigne che avevamo passato la vendemmia era finita, quindi aspettammo ad osservare i contadini che, ridendo e cantando, lavoravano. Ma quando ci videro, anche loro si fermarono e guardarono, e un uomo scese dalla sua scala e venne alla siepe per offrirci un grappolo d'uva.

L'unico paese che attraversammo fu Staggia, dove degli operai erano impegnati a restaurare la vecchia torre e renderla un rudere più grande di quanto non fosse mai stato prima. Una porta della città era scomparsa, ma dalle merlature dell'altra l'erba e le erbacce ondeggiavano ancora al vento, mentre le case erano state costruite sulle mura rotte. Sembrava una cittadina decadente e la sua decadenza, per quanto possa sembrare paradossale, era il risultato della sua attività. Perché i suoi abitanti non si erano accontentati come quelli di Lastra del medievalismo che li circondava. Si erano sforzati di fare di ciò che era vecchio nuovo, dipingendo la loro chiesa e molte delle loro case in quello stile di pittura di scena che oggi sembra rappresentare l'arte del popolo in Italia. Spesso durante il nostro viaggio avevamo visto esemplari di questa vile moda, case con finte finestre e persiane, chiese con finte tende e corde - ma da nessuna parte questa era così evidente come a Staggia”.



Franco Burresi

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Pubblicato il 18 giugno 2021

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