«Bruto sta per violento, perché il mio modo di riprendermi gli spazi è violento». Intervista allo street artist poggibonsese Mucho Bruto

Se siete della Valdelsa, vi è forse capitato di imbattervi in uno dei murales con su scritto ''Mucho bruto''. Ne avete visto uno, forse, sulla parete del Roncalli di Poggibonsi, o su un muro lungo la Siena-Firenze, appena dopo l'uscita di Badesse. Non si tratta di uno scarabocchio fatto a caso, ma di una firma

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Se siete della Valdelsa, vi è forse capitato di imbattervi in uno dei murales con su scritto "Mucho bruto". Ne avete visto uno, forse, sulla parete del Roncalli di Poggibonsi, o su un muro lungo la Siena-Firenze, appena dopo l'uscita di Badesse. Magari vi è capitato di chiedervi se tutte le scritte fossero opera della stessa persona e che cosa volesse dire dopotutto "Mucho bruto". Non si tratta di uno scarabocchio fatto a caso, ma di una firma e noi abbiamo incontrato il suo autore per capirci qualcosa di più.

Che cosa significa "Mucho Bruto"?
«In realtà non ha senso. Volevo qualcosa che si capisse sia in italiano che in spagnolo, ma che restasse irrisolto. Ho cominciato a Siena e mi divertivo a vedere le persone che si fermavano davanti e facevano delle smorfie e si chiedevano cosa volesse dire, ne parlavano. Alcuni dicevano: "Ma quanto sarà brutto questo ragazzo!". "Mucho Bruto" è una firma. Bruto sta per violento, perché il mio modo di riprendermi gli spazi è violento».

Non ci sono spazi che puoi sfruttare legittimamente?
«No. Qua a Poggibonsi ho anche provato, presentando un progetto per riqualificare i luoghi in degrado, ma non mi è stato mai fatto sapere niente. Quello che è buffo è che l'amministrazione viene eletta da noi cittadini, ma poi non ci viene concesso di utilizzare i luoghi che invece ci appartengono».

Come hai cominciato a dipingere?
«Ho iniziato a dipingere semplicemente perché l'ho visto fare a un mio amico. Sono arrivato in Toscana nel 2004, quando l'unica crew della zona si era sciolta. Dipingevo già in Sud America, ma all'inizio ho aspettato perché non sapevo come muovermi, non mi sentivo a casa mia. Poi è diventato più forte di me e ho iniziato. Di solito si parte da soli con una firma, anche i più grandi sono partiti con delle firme. Poi piano piano ci si evolve in qualcos'altro».

Come si fa a fare parte di una crew? Bisogna avere la stessa tecnica? Lo stesso scopo?
«Tutto parte dall'amicizia, le crew sono gruppi di amici. Far parte di una crew è meglio, è più divertente e più sicuro».

A un certo punto hai anche cominciato a disegnare "puppets", cioè pupazzetti. Perché?
«Perché ero arrivato a capire che i graffiti sono invasivi e ho pensato di fare qualcosa per gli altri. E in effetti piacevano! La gente ci si faceva le foto... A chi non piacciono i cartoni, i pupazzi?».

Ti hanno mai beccato a disegnare dove non avresti dovuto?
«Sì, c'è stato un episodio spiacevole con quelli di Trenitalia. Il controllore mi ha beccato a dipingere su un vagone, ha aspettato che tutti i passeggeri uscissero e mi ha chiuso dentro in attesa che arrivassero i Carabinieri».

E lo poteva fare?
«No, mi sa di no. Comunque da allora sono stato costretto a cambiare firma. Non disegno più "Mucho bruto", ma sono passato a "Jamesboy". Si tratta di qualcosa di più strutturato, qualcosa di particolare che voglio comunicare. Per esempio le maschere realizzate con materiale di riciclo. Mi portavo la spazzatura a casa, come per darle un altro valore, e poi la riportavo indietro dove l'avevo trovata. Come gli sticker che faccio "Il Rinascimento è finito", perché non c'è spazio per l'arte contemporanea da nessuna parte».

Se avessi la possibilità di fare questo per mestiere?
«Lo farei ma, vedi, non faccio mai la stessa cosa. Stencil, scultura, murales... Mi frego sempre perché non riesco a stare fermo».

Proprio oggi una bambina di nove anni mi ha detto che la cosa che le piace meno della sua città è quando scrivono sui muri. Ecco, fino a che punto è street art e fino a che punto si tratta invece di vandalismo?
«E' vandalismo. Sempre. In ogni caso e da tutti i punti di vista, perché non ci sono gli spazi appositi. Se ci fossero sarebbe tutto diverso. Quando mi chiedono se sono un artista rispondo di no, perché c'è tutta una preparazione a livello tecnico e interiore che io non sento di avere. La nostra è una continua ricerca. Sai chi sono davvero gli artisti? Quelli che riescono a restare nella mente delle persone».

Per informazioni potete visitare la pagina Facebook Jamesboy Art








di Alessandra Angioletti

Pubblicato il 28 ottobre 2014

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