Come NON affrontare la 'stanchezza da pandemia'

Il termine è stato coniato per indicare la sensazione di stanchezza generata dalla pandemia del coronavirus che pare non abbia mai fine

 STEFANO CALVANI
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Gli esperti la chiamano in inglese “pandemic fatigue”, tradotto in italiano stanchezza da pandemia. Definizione in breve: si può verificarsi quando le persone si stancano delle misure per contrastare la pandemia e diventano meno propense a seguire le pratiche di salute pubblica o banalmente iniziano a soffocare quei messaggi. Si tratta di un senso naturale di esaurimento che può verificarsi dopo che abbiamo dovuto attenerci a queste misure di salute pubblica per un periodo di tempo così prolungato (lo scorso lockdown).

Devo dire che si tratta di una sensazione piuttosto diffusa, anche nella nostra realtà locale. Parlando con le persone spesso mi capita di sentir dire come prima fase: “Questa mascherina non la sopportiamo più”. Certo, lo penso anche io. Mi piace cenare al ristorante, uscire, fare aperitivo e tutto il resto. Attenzione però a non confondere con la stanchezza da pandemia alcuni atti di violenza a cui abbiamo assistito durante questi ultimi giorni, più precisamente da quando è stato firmato l’ultimo Dpcm che disponeva chiusure anticipate per bar e ristoranti.

Via gli estremisti dalle piazze della protesta civile

E’ una deriva a cui purtroppo ci dovevamo preparare, anche perché vediamo tutto questo ogni giorno sui social. Basti pensare a tutti gli attacchi vili e sciagurati che stanno subendo i media e perché? Perché raccontano i numeri di questa pandemia che è una guerra a tutti gli effetti, combattuta nelle corsie di ospedale, tra le terapie intensive e nei pronto soccorso. Più indietro invece ci siamo noi: dovremmo lottare mettendo in pratica quelle buone pratiche, ormai conclamate, per ridurre la trasmissibilità del virus.

Oggi, all’indomani di un’altra notte di guerriglia urbana nella nostra Firenze, mi chiedo: forse è il caso di fermarsi e riflettere un po’ su quel che stiamo facendo. La violenza di ieri sera è partita dal web, dal passaparola online esattamente come quella di Milano e di Roma. Su Valdelsa.net abbiamo anticipato la notizia del volantino che stava facendo il giro dei social e tra i commenti ricevuti ce n’è stato uno che mi ha colpito in particolare: scriveva che stavamo facendo un’informazione “fastidiosa”. Interroghiamoci su che cosa deve essere stata la paura, delle forse dell’ordine che ieri sera si trovavano a fare da cordone per impedire a 200 “manifestanti” di entra in Piazza della Signoria. Caliamoci nei loro panni per un attimo. Oppure in quelli dei commercianti che hanno dovuto sbarrare le vetrine dei propri negozi con tavole di legno, perché già informati della possibilità di una ‘manifestazione’ che sarebbe potuta sfociare in atti violenti. Chi era in piazza ieri sera non c’era per difendere le proprie attività danneggiate dall’ultimo Dpcm.

Dal web alla vita reale

E’ la violenza che si trasferisce dal web al mondo reale e questo mi fa paura. Tutte le persone che hanno messo a ferro e fuoco le città italiane evidentemente non ci vogliono informati (n.d.r. in alcuni dei cartelli sventolati ieri sera si leggeva giornalista terrorista). Vogliono creare caos approfittando di una situazione delicata, difficile, tragica se vogliamo.

Perciò il mio appello è questo: non confondiamo la ‘stanchezza da pandemia’ con una violenza senza soluzione di continuità. Affrontiamo questo periodo di difficoltà lasciando fuori dalla porta chi vorrebbe trascinarci verso il peggio attraverso pulsioni che non sono umane. In questo senso l’informazione, per quanto dura, ci può aiutare a mantenere un qualche contatto con la realtà. Proviamoci, abbiamo nelle nostre mani tutti gli strumenti per non cedere al virus e alla follia feroce di questi vigliacchi.

Stefano Calvani

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Pubblicato il 31 ottobre 2020

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