Dalla Val d'Elsa allo Zambia per un progetto di speranza e solidarietà

Prima del 2009, a Solobon, in Zambia, i bambini si riunivano sotto un albero per seguire le lezioni impartite da qualche volontario. Oggi al posto di quell'albero c'è la Saint Joseph Community School. Due blocchi di edifici comprendenti nove aule, una sala riunioni, una biblioteca e una mensa che oltre ai bambini accoglie quanti arrivano dal villaggio a chiedere un pasto caldo grazie agli aiuti alimentari dell'Unicef

 
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In Africa Centrale "scuola" si dice "Niumba ya", una parola incomprensibile alle nostre latitudini ma capace di regalare un futuro a 350 bambini, grazie all'impegno di tanti volontari valdelsani.

Prima del 2009, a Solobon, in Zambia, i bambini si riunivano sotto un albero per seguire le lezioni impartite da qualche volontario. Oggi al posto di quell'albero c'è la Saint Joseph Community School. Due blocchi di edifici comprendenti nove aule, una sala riunioni, una biblioteca e una mensa che oltre ai bambini accoglie quanti arrivano dal villaggio a chiedere un pasto caldo grazie agli aiuti alimentari dell'Unicef.

Anna Brancaccio dell'Associazione Happy Days, promotrice a Barberino Val d'Elsa dell'iniziativa, ci racconta la storia di questa favola a lieto fine: «L'idea del Progetto Zambia è nata dall'esigenza di dare un'istruzione a tanti bambini, la maggior parte orfani, che altrimenti non avrebbero avuto alcuna speranza per il loro futuro. Grazie all'Amministrazione Comunale di Barberino, capofila di questa iniziativa, del Circolo Semifonte, dell'Arci Empolese Valdelsa, del Comune di San Casciano e di altri benefattori, siamo riusciti a dare una prospettiva di vita attraverso lo studio di  materie come l'educazione sanitaria, le applicazioni tecniche, le prime nozioni di agraria per poter coltivare il necessario per vivere».

«Con il contributo della Fondazione Publiacqua - continua - abbiamo dotato il complesso anche di una cisterna e di servizi igienici adeguati. In questi anni ci siamo impegnati  a mantenere uno stipendio agli insegnanti, senza i quali il progetto non avrebbe avuto motivo di esistere. Uno dei nostri fiori all'occhiello è il programma "Compagni di Banco". Un'idea che ha coinvolto i ragazzi delle scuole di Barberino e di Tavarnelle creando un ponte virtuale con i bambini della Community School di Solobon con i quali, scambiandosi quaderni e disegni, hanno avuto modo di conoscersi e di confrontarsi. Attraverso questi scambi gli amici africani hanno conosciuto la nostra storia, fatta di antichi castelli, di signori feudali, di battaglie e di grandi sconfitte e si sono appassionati a quella che ai loro occhi è apparsa come la trama di un film. Da quelle ricerche storiche è nata l'idea di dar vita alla Festa Medievale "Memoriae et Historiae Semifonte" che ogni anno a settembre si ripete dentro le mura di Barberino con grande successo e che ci aiuta a finanziare i progetti destinati a bambini senza distinzione di razza».

Quali altri progetti ha realizzato Happy Days  in questi anni?

«Sosteniamo tre adozioni a distanza con il progetto Agata Smeralda di Firenze. Due bambini sono brasiliani e l'altro di Haiti. Abbiamo fornito cure mediche ad un bambino fino a quando non ci è stata comunicata la guarigione. Attualmente ci stiamo occupando di una bambina delle Marche con Sindrome di Rett». 

A questo punto il progetto Zambia può considerarsi concluso?

«Sì, a questo punto, la scuola è diventata governativa per cui non c'è più bisogno del nostro contributo che possiamo indirizzare altrove. Per celebrare la conclusione della nostra missione abbiamo inaugurato venerdì scorso una mostra fotografica presso il Bar Sport di Barberino Valdelsa con le foto di Paolo Castaldi a testimonianza del progetto di Cooperazione Internazionale del quale siamo stati protagonisti insieme ad Aleimar di Melzo, Banca di C.C. di Cambiano, Banca del Chianti Fiorentino e Cassia Tours. Oltre alle fotografie, è stato prodotto un DVD da Tayu Vlietstra che, attraverso i sorrisi di questi giovani africani, documenta la gratitudine di un villaggio senza prospettive per i suoi giovani e che oggi invece può guardare avanti con la speranza di un futuro migliore».   

Antonella Lomonaco   

Pubblicato il 24 maggio 2019

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