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Due poggibonsesi, a Firenze, perdono letteralmente la testa

Come si reagì alla crisi nella Firenze del 1300, il tumulto dei Ciompi: “All’armi, all’armi, sennò ci uccidono tutti!”. È il segnale della rivolta

 FRANCO BURRESI
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Firenze, sec. XIV°

Il cosiddetto “popolo grasso”, composto da ricchi borghesi, mercanti, banchieri, raccolto nelle Arti Maggiori, ha praticamente in mano il governo dello Stato, che esercita tramite il Gonfaloniere di Giustizia, i Priori e la cosiddetta Parte Guelfa, che può comminare l’interdizione dai pubblici uffici a chiunque appaia ostile agli interessi del partito.

Il “popolo minuto”, fatto in gran parte di artigiani e bottegai, riunito nelle Arti Minori, è quindi fortemente marginalizzato, mentre escluso del tutto dal potere è il proletariato urbano, che più di tutti risente delle conseguenze delle varie guerre del tempo e dei momenti di crisi.

I proletari non possono associarsi, non possono scioperare.

Un funzionario, fatto venire da altra città, il cosiddetto “bargello”, può reprimere senza pietà ogni forma di rivolta, ricorrendo spesso alla tortura o all’impiccagione.

Proprio sulla forca finisce infatti Ciuto Brandini, che nel 1345 prova ad organizzare una rivolta dei tintori, riunendoli in una loro corporazione, ma senza risultati.

Il fallimento delle compagnie bancarie dei Peruzzi e dei Bardi, espostesi con prestiti ad alto rischio, ha come conseguenza la crisi di molte imprese fiorentine ad esse collegate. A ciò si aggiunge nel 1348 la grande epidemia di peste e per finire, nel 1375, la guerra degli Otto Santi contro il Papa, detta così per il fatto che  i fiorentini affidano la città in tempo di guerra ad una magistratura composta di otto persone, chiamate poi “sante” in antagonismo con il papa, che, puntuale, lancia l’arma dell’interdetto contro la città toscana. Questa è un’arma micidiale, in quanto autorizza i debitori a non onorare i propri debiti nei confronti di Firenze. L’interdetto e le spese di guerra fanno precipitare la situazione economica e i proletari cittadini sono, come sempre, i primi a farne le spese.

E’ così che nel 1378 scoppia la rivolta, ad opera dei “ciompi. Il nome pare, secondo molti, derivare dal termine “ciompare”, ossia battere, percuotere. I lavoratori della lana dovevano infatti, in una fase di tale lavorazione, battere ripetutamente la lana mediante un bastone.

La rivolta dei ciompi si attua in varie fasi e vede come protagonista anche un poggibonsese, stabilitosi a Firenze, certo Cecco di Jacopo da Poggibonsi, che già nel mese di giugno guida un gruppo di rivoltosi, i quali si danno a ruberie e saccheggi. Detti rivoltosi entrano ad esempio, nel convento di S. Maria degli Angeli, dove si dice che molti cittadini del cosiddetto “popolo grasso” abbiano riposto i propri averi, e ne escono con un bottino di circa cento mila fiorini. Nell’episodio perdono la vita anche due frati. Così si descrivono le imprese  del nostro Cecco in una storia del tumulto dei Ciompi: “…Poi furono visti certi più scellerati e più ribaldi tener dietro in grosso numero a uno sciaurato ch’aveva nome Cecco di Jacopo da Poggibonzi, il quale s’era fatta o aveva rubata non si sa dove certa insegna dell’arme della libertà portando in cima della lancia a guisa di pennone un cappello. Dietro a costui, traendo quei furibondi per ogni dove correvano e segnavano lor passaggio con guasti, ruberie e rovine, non rispettando roba o persone…

Il tumulto si riaccende nel luglio. Il popolo grasso ha chiamato come bargello un certo ser Nuto da Castello, avente fama di uomo deciso e crudele. Il 19 luglio un tal Niccolò, orologiaio, mentre sta riparando un orologio, sente dall’alto i lamenti di tal Simoncino, soprannominato Bugigatto”, uno dei capi dei Ciompi, messo sotto tortura dagli uomini del bargello e, allarmato, grida al popolo:

 - All’armi, all’armi, sennò ci uccidono tutti!

È il segnale della rivolta. La folla dà l’assalto ai palazzi del potere. Ser Nuto cerca a questo punto di svignarsela travestito, ma, riconosciuto dalla folla, viene letteralmente squartato, tanto che, si disse, il pezzo più grosso del suo corpo non valeva sei once. Il capo dei Ciompi, Michele di Lando, semplice pettinatore, diventa addirittura gonfaloniere e si creano tre nuove Arti: Tintori, Farsettai e Ciompi, dette “Arti del Popolo di Dio”.

E’ solo un fuoco di paglia però, perché i Ciompi restano per poco tempo al potere. Abbandonati dal popolo minuto delle Arti minori e traditi dallo stesso Michele di Lando che si lascia corrompere, sono presto esclusi dal governo della città e la repressione può iniziare a suon di impiccagioni.

Il nostro Cecco non demorde e nel 1379 lo troviamo a fare un ultimo tentativo di sommossa, ma scoperto e arrestato il 20 aprile dello stesso anno, viene fatto decapitare come “uomo di mala fama e di cattiva vita”.

Poco tempo prima, nel 1354, per un motivo completamente diverso, anche ad un altro poggibonsese, il giudice Corbizzesco da Poggibonsi, era stata tagliata la testa, insieme ad un notaio, certo ser Francesco di ser Rosso. I due avevano falsificato delle carte e cercato di far togliere dall’elenco dei banditi dalla città un tal Ghiandone Machiavelli, “uomo infame e di mala vita”. Riconosciuto il loro misfatto, Il podestà non transige e li condanna entrambi prima al rogo, poi, per clemenza, alla decapitazione.

V. anche Burresi-Minghi: “Poggibonsi dalla distruzione di Poggiobonizio al ‘700”.

Franco Burresi

Immagini: in copertina: Piazza dei Ciompi,Fi;  interna: “Il tumulto dei Ciompi”, di G.L.Gatteri.

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Pubblicato il 23 febbraio 2021

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