Facciamo il punto della situazione sulle varianti Covid con Fabrizio Landi

Intervista a Fabrizio Landi presidente della fondazione Toscana Life Sciences: "Il concetto è di abituarsi come con l’influenza, ma non possiamo prenderlo sottogamba come con l’influenza"

 SIENA
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A far precipitare la Provincia di Siena e quindi anche la Valdelsa in zona rossa sembrano essere state in particolar modo le varianti del Covid.

Oltre all’incremento dell’indice di contagiosità. In Valdelsa, ad oggi, le due varianti presenti sono quella inglese e quella brasiliana. I casi sono circa cinquanta in tutta la provincia. Per quanto riguarda la brasiliana sembra che sia dovuta ad un arrivo dalla confinante Umbria. Per quanto riguarda la variante inglese sembra essere destinata a soggiogare il ceppo originario, come ha affermato la stessa Professoressa Cusi, responsabile del laboratorio di microbiologia delle Scotte.

A far chiarezza sul tema delle varianti è Fabrizio Landi sangimignanese acquisito e presidente della fondazione Tls.

Landi, cosa sono le varianti?

«Noi, come Tls, siamo stati tra i primi al mondo a pubblicare circa tre mesi fa un lavoro che dimostrava l’esistenza delle varianti ed ipotizzava che il tema delle varianti è un tema che dovevamo aspettarci e sarà un aspetto che caratterizzerà la situazione per anni, per una serie di motivi relativi a come si è sviluppato questo virus che tra virgolette è un virus recente».

Perché nascono le varianti?

«Questo virus per storia biologica ha una forte carica evoluzionistica, che lo spinge a riprodursi. Il suo unico scopo è riprodursi. La natura trova delle strategie per riprodursi sempre più in fretta. Via via che la gente viene guarita o vaccinata quindi il virus si modifica. Per un periodo medio lungo dobbiamo attenderci varianti. Nessuno conosce le tempistiche, ma potrebbero essere anche di una decina di anni. Il paragone possibile è con l’influenza. Però, l’influenza dimostra che si può gestire».

Qual è il lavoro di prevenzione?

«Creare una rete mondiale che individua tutte le varianti. I vaccini sono stati pensati per la variante originaria. Da quello che sappiamo i vaccini che si stanno somministrando ora in Europa sembra stiano funzionando anche per le varianti, ma non è detto che funzionino per sempre, anche per altre varianti che si verranno a creare. I risultati in Israele ed Inghilterra, che sono i paesi che stanno vaccinando di più, ci dimostrano che i vaccini stanno funzionando anche per queste ultime varianti».

Quindi occorre programmazione ed organizzazione?

«Le varianti sono destinate ad esserci. Per questo va organizzata una rete mondiale di monitoraggio. Le varianti oggi sono comparse un po’ ovunque. Dovrebbe esserci una rete mondiale di organizzazione e di monitoraggio su cosa accade e per accorgersi di come il virus si modifichi, così da modificare anche i vaccini. Questo avviene anche per l’influenza. Per il Covid servirà, però, molta più organizzazione. Noi avremo a che fare con vaccini diversi con piattaforme diverse a seconda anche della variante».

È causa di maggiore preoccupazione?

«Le varianti ci devono far preoccupare se non ci organizziamo con un sistema di monitoraggio. Il concetto è di abituarsi come con l’influenza, ma non possiamo prenderlo sottogamba come con l’influenza. Le varianti sono variazioni di alcune parti del genoma che in qualche caso possono modificare la modalità di attacco del COVID alle nostre cellule in un modo cui i vaccini non ci hanno preparato. Da come varia bisogna verificare se cambiare anche il vaccino o meno. Non siamo sicuri che cambi e quindi possiamo andare avanti con questi vaccini, ma è possibile anche che cambi tutto il virus e quindi servirà cambiare il vaccino per questo occorre un monitoraggio costante. È un fenomeno dinamico. Credo si arriverà anche un passaporto vaccinale che potrà segnalare che tipo di anticorpi ha il soggetto».

Lodovico Andreucci

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Pubblicato il 3 marzo 2021

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