Gli effetti della pandemia sui giovani e la scuola del domani

Intervista a Paola Cellerai, docente presso il liceo San Giovanni Bosco di Colle di Val d'Elsa

 PAOLA CELLERAI
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È ormai un anno che gli studenti italiani vivono sospesi tra la didattica in presenza e la didattica a distanza. I limiti della DAD sono noti a tutti: la mancanza di socialità, l’assenza di confronto con il gruppo dei pari e l’esperienza scolastica filtrata attraverso uno o più schermi. Le abitudini degli studenti sono cambiate rapidamente, l’adattamento è stato improvviso. Ne abbiamo parlato con Paola Cellerai, docente presso il liceo San Giovanni Bosco di Colle di Val d’Elsa.

Professoressa come è cambiato il comportamento degli studenti durante la pandemia?

“Il cambiamento è stato radicale, è cambiato il modo di pensare e di lavorare per quanto gli obbiettivi siano rimasti gli stessi. L’insegnamento trova la sua realizzazione nella dimensione relazionale. Il distanziamento, protagonista del nuovo modo di fare scuola, corrisponde a una deprivazione sensoriale, a una deprivazione di stimoli, che erano parte integrante dell’esperienza scolastica tradizionale. Elementi come l’accettazione, l’empatia e la fiducia che delineavano i successi, o gli insuccessi, in ambito educativo, costituendo l’autostima degli studenti, sono difficili da ritrovare “a distanza”.
A livello cognitivo scattano rapidi processi di memoria e adattamento, ad esempio in riferimento ai dispositivi elettronici: fino a ieri computer, tablet e smartphone rappresentavano elementi di svago e divertimento, oggi sono protagonisti del processo educativo.

Quali sono i risvolti prodotti dalla mancanza di socialità e di confronto?

“L’assenza di socialità si manifesta soprattutto come mancanza di stimoli per il “cervello emotivo”. In età adolescenziale assume grande importanza il concetto di inclusione, inoltre l’accettazione nel gruppo dei pari rappresenta una meta fondamentale da raggiungere. La mancanza di contatto porta a sviluppare un senso di solitudine, di esclusione e di propensione all’isolamento. I ragazzi galleggiano in un limbo dove diminuisce la motivazione all’impegno nel presente e cresce l’incapacità di progettualità per il futuro.
Ciò che per i bambini è la pratica del gioco, per gli adolescenti è il confronto, che favorisce l’identificazione, vero e proprio “cibo emotivo”, tappa estremamente rilevante nella vita dei ragazzi.  Il risultato di tutto questo è la crescita esponenziale dello stress. Molti studi hanno ritrovato negli adolescenti sintomi riconducibili al disturbo da stress post-traumatico. Il senso di identità dei ragazzi vacilla, vengono smarriti i punti di riferimento. L’adolescenza è un’età di grande incertezza e la pandemia ha distrutto tante certezze, alcune già acquisite e interiorizzate, ma molte altre ancora da scoprire. I ragazzi navigano costantemente in un senso di precarietà e insicurezza.

Secondo lei il futuro della scuola può essere identificato come una forma di convivenza fra didattica in presenza e DAD, e questo nuovo modello di scuola può essere migliore del precedente?

“Credo che l’essenza della scuola risieda principalmente nella didattica in presenza. La DAD è stato ed è l’unico modo, più o meno efficace, per tamponare l’attuale emergenza. Inevitabilmente in futuro ci dovranno essere dei cambiamenti cercando di prendere il buono da questo momento così negativo. In ambito educativo, la pandemia ha sottolineato l’importanza che ricopre la scuola nella nostra società”.

Quali sono gli insegnamenti che la scuola deve apprendere dalla pandemia?

“La scuola non è solo insegnare. Il processo educativo dovrà affiancare ai contenuti la promozione del benessere. Noi insegnati dovremmo avere la sensibilità giusta per crescere soggetti sani dal punto di vista emotivo e consapevoli del processo che dovranno affrontare, anche attraverso la crescita personale, sviluppando competenze come la collaborazione, l’empatia e la gestione dello stress. Sarebbe importante creare una scuola di coscienza e non solamente competitiva”. 

E quale sarà il ruolo dell’insegnante?

“L’insegnante non può essere solo certezza di conoscenza ma soprattutto una figura presente che coltivi la crescita dei suoi studenti. Sarà importante sviluppare un senso di comunità, perché attraverso la comunità è più facile trovare sé stessi e il proprio ruolo nel mondo. Tutto questo per superare le emergenze come quella in cui siamo attualmente immersi e per vincere le nostre fragilità. Questo deve essere il futuro della scuola”.

Lorenzo Castelli

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Pubblicato il 5 aprile 2021

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