Identità di genere: intervista a Serena, che sta affrontando il percorso di transizione mtf

Il 28 giugno 1969, allo Stonewall Inn, un bar gay di Manhattan, un gruppo di omosessuali reagì per la prima volta alle continue violenze da parte della polizia di New York, dando così inizio ad una rivolta epocale che investì tutto il mondo. In ricordo di quei moti, la data del 28 giugno è stata scelta come giornata mondiale dell’orgoglio LGBT

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In occasione del mese del Pride ho intervistato Serena Barbato, una donna di 34 anni, attivista del Movimento Pansessuale Arcigay di Siena, che sta affrontando il percorso di transizione mtf, ovvero male to female

Serena è nata e cresciuta nella provincia di Napoli fino all’età di 18 anni, quando si è trasferita in Toscana inizialmente per motivi di lavoro, ma poi anche per studio, frequentando e laureandosi presso l’Università degli Studi di Siena. Da circa un anno tiene un blog, L’insostenibile pesantezza dell’essere, in cui racconta la sua vita e il suo percorso di transizione. Una mattina, mentre assumeva la dose giornaliera di ormoni, ha deciso di esporsi ancora una volta, raccontandomi la sua storia.

Quando ti sei accorta che qualcosa stava cambiando?

«Mi sono sempre accorta di qualcosa. Il problema non è accorgersene, il problema è prenderne atto. Di solito le persone davanti ai problemi hanno due reazioni, o l’affrontano o scappano. La mia reazione per anni è stata quella di scappare e di attribuire questa mia incertezza a fattori esterni, come la famiglia, la città, l’università che non frequentavo ma che avrei voluto. Ho imparato che se c’è una cosa da cui non puoi fuggire sono proprio le tue sensazioni interiori».

Nella vita di tutti i giorni riuscivi a manifestare quello che realmente sentivi di essere?

«In ambienti protetti sì, come tra i miei amici, ma la mia valvola di sfogo erano soprattutto le fiere del fumetto, durante le quali sperimentavo il mio essere libera. In quei momenti ero veramente felice, anche perché interpretavo personaggi femminili, dando voce a quella parte di me che c’era ma che io non volevo affrontare».

Quando è iniziato il percorso di transizione?

«Nel 2017, dopo l’ennesima fiera. Ho iniziato prima di tutto un percorso personale, ascoltandomi per la prima volta e chiedendomi: quando sei stata felice? Quando sei stata veramente serena? Da qui il nome che ho scelto, Serena. Dopodiché ho telefonato alla mia amica psicologa dicendole “io mi sento una donna”. Da quel momento ho iniziato il percorso vero e proprio. Una cosa che voglio sottolineare però è che tutto questo non è il risultato di una scelta. Al massimo, la scelta si può limitare al decidere di vivere una vita alla luce del sole oppure una vita di * e nell’ombra».

Come vivi la sfera sessuale?

«A questo proposito bisogna spiegare bene la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale. L’identità di genere è quello che senti di essere, a prescindere dall’organo genitale che hai. L’orientamento sessuale riguarda con chi ti piace avere rapporti.

Io mi sono sempre definita pansessuale, ovvero mi innamoro di una persona in quanto persona, a prescindere dal genere a cui appartiene.

Il mio “problema” quindi non è stato l’orientamento sessuale ma l’identità di genere. Con il tempo ho capito di essere panromantica. È tutto uno scoprirsi continuamente».

Che atteggiamento ha la società nei confronti della comunità LGBT?

«La situazione non è facile, sia a livello familiare che sociale. Io sono sempre partita dal presupposto che ognuno può fare quello che vuole, finché non viola la libertà personale di un altro individuo. Capisco però che ogni persona abbia il suo grado di adattamento ai cambiamenti».

Hai subito discriminazioni a causa del percorso che stai affrontando?

«Sì. Per esempio due mesi fa sono andata in banca per prelevare il mio stipendio e sono stata cacciata con la minaccia di chiamare i Carabinieri. Il motivo era la differenza tra il mio documento d’identità e il mio aspetto fisico, problema che si presenta anche nella ricerca di un lavoro.

Altro esempio, durante uno degli ultimi impieghi che ho svolto non mi era permesso usare la doccia, o il bagno di tutti. Mi era stato assegnato un bagno a parte, solo per me. Le difficoltà sono tante ma bisogna sempre domandarsi se siamo disposti a vivere una vita che non vogliamo, ricordandoci che non siamo soli». 

Dopo la lunga e profonda chiacchierata con Serena ho capito che ci sarebbe stato bisogno di qualche informazione in più, sia per me sia per coloro che avrebbero letto queste parole. Per tale motivo abbiamo contattato Greta Sartarelli, Presidente del Movimento Pansessuale Arcigay di Siena, grazie alla quale è stato possibile chiarire alcuni punti, come in che cosa consiste il percorso di transizione e il quadro normativo di riferimento della comunità LGBT.

Per quanto riguarda il primo punto, per prima cosa è necessario affrontare un trattamento psicologico che arrivi alla diagnosi della disforia di genere. Dal momento che si è ottenuto il nulla osta da parte dello psicologo è possibile iniziare il percorso endocrinologico, con cure ormonali ad hoc. Al termine del trattamento ormonale non segue necessariamente l’intervento chirurgico, per il quale serve comunque l’autorizzazione di un tribunale. «Il diritto di autodeterminarsi rispetto al proprio corpo, in Italia, è un percorso in salita e ad ostacoli che spesso rappresenta l'unica fonte di sofferenza per le persone in transizione di genere», spiega la Presidente del movimento. 

Rispetto al quadro normativo, la legge che regola attualmente la transizione di genere è la n.164 del 14 aprile 1982. Grazie alla Giurisprudenza, la legge risulta superata in alcuni punti, dal momento che è permesso alle persone trans ottenere la modifica del nome anagrafico senza sottoporsi obbligatoriamente a nessun tipo di intervento chirurgico. 

«In questo quadro politico fortemente transfobico sentiamo di dover difendere la legge 164/82 da eventuali attacchi, perché rappresenta una tutela importante per le persone in transizione di genere», ha aggiunto Greta. Nel periodo storico che stiamo vivendo i diritti delle minoranze sono costantemente minacciati a causa di un atteggiamento omofobo e xenofobo, perlopiù condiviso. «L'omobilesbotransfobia che in Italia purtroppo non è un reato, è una realtà con cui molti di noi fanno i conti quotidianamente. Ma il problema più grosso è  l'indifferenza. Ci siamo talmente abituati alla violenza che stentiamo persino a riconoscerla. Per questo, per risvegliare le coscienze e ricominciare a reagire, c'è sempre più bisogno di Pride, di giornate dell'orgoglio e della visibilità nel nome della rivolta che 50 anni fa con i Moti di Stonewall ci ha regalato il sogno di un mondo migliore», ha concluso. 

Il 25 giugno 2019 la Regione Toscana e le pubbliche amministrazioni aderenti alla rete RE.A.DY hanno siglato un accordo con l’obiettivo di prevenire e contrastare atteggiamenti omofobi. La Rete è attiva contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere ed oggi conta il doppio dei partecipanti rispetto al 2015.

«Scopo dell'accordo che abbiamo siglato proprio in questi giorni - ha detto Monica Barni, vicepresidente e assessore alla cultura -, è promuovere i diritti delle persone LGBTIQA e la non discriminazione per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere, rafforzando la collaborazione tra le pubbliche amministrazioni e integrando le politiche a livello regionale, attraverso la realizzazione di attività di sensibilizzazione rivolte a tutta la popolazione, a coloro che sono impegnati in campo educativo, scolastico, socio-assistenziale e sanitario, al personale dipendente degli enti partecipanti, alla polizia locale e alle direzioni territoriali del lavoro».

Tra i fondatori della Rete c’è anche la Regione Toscana che intende proseguire il proprio impegno politico contro atteggiamenti omofobi e xenofobi, coinvolgendo gli enti locali e sensibilizzando i livelli politici, anche tramite la sottoscrizione di tale accordo.

Le pubbliche amministrazioni, sottoscrivendo l’accordo, si impegnano a coinvolgere le associazioni LGBTI locali in modo da rispondere alle diverse esigenze e mettere in risalto anche le esperienze associative meno conosciute.

Inoltre, i soggetti firmatari dell'accordo si impegnano a consolidare la Rete sull’intero territorio toscano, promuovendo il confronto e l’integrazione delle politiche di inclusione sociale per le persone appartenenti alla comunità LGBTI.

«Aderire e partecipare alla rete - ha concluso l’assessore Barni - vuol dire dare atto di voler raccogliere le esigenze di tutti i cittadini e cittadine, anche le persone LGBTIQA, che spesso vivono situazioni di criticità a causa del loro orientamento sessuale o dell’identità di genere»

Ambra Dini
unacosapiccolamabuonaa.blogspot.com

Pubblicato il 28 giugno 2019

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