L'ansia abita in un ''condominio affollato''

C'è un momento in cui si fa esperienza di assenza di campo, scarsa connessione tra i pensieri, i movimenti e i nostri desideri

 GIULIA LOTTI
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Se avessimo una linea del tempo, troveremmo senza dubbio i pensieri veloci, spostati sul futuro, le emozioni molti passi indietro, verso un passato di cui si sente nostalgia, il corpo nel presente ma, essendo bombardato da tante sensazioni diverse, si sente stretto, compresso, angosciato.

Questo perdere la sincronia, la corsa dei pensieri a cui il corpo non riesce a partecipare perché sente, al contempo, una forte spinta all’indietro, ci toglie spesso il fiato, rendendoci impossibile spingere il respiro giù in fondo fino all’addome, ossigenando corpo e mente.

Un attimo più o meno lungo di “tilt” tra le diverse parti della nostra macchina. Attimo che viene chiamato ANSIA. Giustamente ne abbiamo terrore perché arriva come un terremoto che scuote profondamente, ricordandoci che le nostre radici non sono poi così stabili, nè le certezze così certe.

Le ricerche recenti ci dicono che l’ansia e gli attacchi di panico siano tra gli effetti collaterali più frequenti del periodo che stiamo vivendo. Percepita dagli adulti con una serie di somatizzazioni e dai bambini con mal di pancia, insonnia o difficoltà a stare da soli in una stanza, l’ansia racconta che facciamo fatica a stare in equilibrio tra le tante parti di noi. Ci dice che ci sentiamo soli di fronte a paure o domande grandi, giganti.

L’ansia, che ci precipitiamo a spingere via come un nemico che ci mette sotto assedio, è però un’occasione e, se riusciamo a vederla, rappresenta la strada trovata dal corpo per dirci che non ha più intenzione di correre senza tregua in mezzo al vortice dei nostri pensieri, alle martellanti domande sul futuro, alla nostalgia dolce e amara di ciò che era ieri e oggi non è più.

La gola diventa una strettoia, il cuore una musica che aumenta il volume per dirci “basta”, le gambe tremano per dire che “no, non danzeranno più in una danza immobile e senza tempo”.

Il corpo aziona tutti i suoi segnali, riportandoti qui, nell’attimo in cui stai esistendo, nell’unico attimo di cui realmente disponi e su cui puoi progettare. Non è mai utile opporsi all’onda, avrebbe certamente la meglio lei. Ugualmente, non ci si oppone alla forza di un battito accelerato o di un respiro affamato: c’è troppa vitalità lì dentro per correre in direzione contraria.

Dunque, che si fa? Direi di aprire la porta a questa paura e a tutti i sintomi, suoi compagni di viaggio, che essa porta con sé. E quando si è accomodata e tu l’hai ascoltata, esagerata ed enfatica com’è, offrile le tue parti miti, le più antiche e pazienti, sorridile e, se puoi, dille che non è sola.

In quella casa, oltre a lei, ospite impertinente e non sempre desiderata, abitano anche il coraggio, la pazienza, la speranza, il desiderio, la candela che non si stanca di accendere il buio.
E lei, che pensava di essere l’unica inquilina, si accorge che, invece, alloggia in un condominio in cui, nonostante il brusio e il brontolio, non si rifiuta una tazza di zucchero a chi bussa in cerca di un po’ di dolce per il suo caffè amaro.

L’ansia, allora, diventa la tenacia di un grido inascoltato, di un dubbio messo troppo presto a tacere, di un movimento bloccato sul nascere dai “se e i ma”. E’ il coraggio della nostra fragilità, che non si arrende a chi ci vuole sempre certi e sicuri, è l’ombra dell’imperfezione in una foto luminosa e perfetta.

È la voglia di vivere che non accetta il limite, la finitezza del nostro essere umani. È, sì vicina alle nostre paure più grandi ma anche compagna dei nostri desideri più autentici. Perché, se ci pensiamo bene, abbiamo timore soprattutto degli angoli bui dove, in fondo, sappiamo di aver lasciato parti preziose e “scomode” di noi.

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Giulia Lotti - Sono nata e cresciuta a Poggibonsi, dove vivo con la mia famiglia. Mamma di Stella e Pietro, rispettivamente di 5 e 9 anni. Svolgo sul territorio l’attività di psicoterapeuta, lavorando sia in libera professione, alla Pubblica Assistenza di Poggibonsi, che presso la Casa di Reclusione di San Gimignano. La mia passione per le storie di vita nasce fin da bambina, quando chiedevo a mia nonna di leggermi fiabe e racconti i cui protagonisti erano persone impegnate nelle varie tappe del vivere quotidiano, che amavano, soffrivano e, a loro modo, provavano a disegnare i confini entro i quali esistere. Con il tempo, ho coltivato l’amore per la lettura e per la scrittura introspettiva, scegliendo poi un lavoro attraverso cui le storie e i protagonisti dei racconti di vita trovassero uno spazio, quello della terapia, appunto, dove potersi fermare, raccontarsi e raccogliere l’entusiasmo necessario per riprendere il viaggio. La rubrica “Una stanza tutta per sé” vuole essere un’occasione per riflettere, condividere storie, tessere un filo comunicativo tra le persone. Una stanza per noi ma con finestre comunicanti, da cui poter parlare, ascoltare, entrare in sintonia con noi stessi e con gli altri.

Pubblicato il 7 giugno 2020

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