La colligiana Sofia Cornamusini a Bergamo nel periodo più duro della pandemia

"A Bergamo non si cantava come in gran parte d’Italia, si piangeva dai balconi in modo silenzioso con rispetto di chi non c’era più e con paura per chi rimaneva"

 SOFIA CORNAMUSINI
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Sofia Cornamusini, classe 1994, colligiana di nascita, ma trasferita a Bergamo.

Nel 2016 si è trasferita per motivi lavorativi. Oltre al lavoro il motivo che ha spinto Sofia a spostarsi è stato il trasferimento del suo ragazzo, nonché attuale marito.

Com’è iniziata la drammatica situazione a Bergamo?

«L’evolversi del Covid è stato un evento davvero fulmineo non abbiamo avuto tempo di capire e pensare quello che ci stava accadendo. Lavoravo a Milano e facevo quotidianamente Bergamo-Milano con i mezzi pubblici. Sui mezzi a marzo ancora non avevamo le mascherine e la metro era sempre piena, ma il Covid già era presente e viaggiavo con un po’ di paura».

Come sono stati quei momenti?

«L’8 marzo è stato il giorno in cui è stata istituita la zona rossa e dunque il lockdown nazionale. Sono andata a Milano in ufficio a prendere il mio pc fisso, perché non avevamo neanche i portatili e l’idea dello smart working era lontana anni luce. Mi sono trovata a vivere e lavorare in un bilocale di 45 mq con una sola finestra. Questo sicuramente è stato un problema diffuso, da colligiana abituata a vivere tra le mie campagne non ero minimamente preparata ad un confinamento così duro».

Qual è stato uno dei momenti in cui ti sei resa conto della gravità della situazione?

«Il mio bilocale sorgeva in uno dei principali incroci della città, ricordo che il tempo era scandito non più dai clacson ed i rumori della strada, ma dall’esterno gli unici suoni che sentivo erano le sirene delle ambulanze. Non nego che la notte era difficile prendere sonno anche perché il Covid era ormai diventato una pandemia e la mia preoccupazione non era limitata a Bergamo, ma anche ai miei familiari che non potevo vedere e che erano in prima linea in ospedale. Ho amiche che hanno perso gran parte della famiglia a causa del Covid, alcuni meravigliosi paesini di montagna si sono spopolati. Bergamo è una città accogliente piena di vita, vederla silenziosa e deserta mi ha ferita in un modo tremendo».

Ti ricordi bene l’immagine che ha fatto il giro del mondo dei camion dell’esercito?

«Me la ricordo benissimo, perché io l’ho vista dalla finestra, il viale che hanno attraversato era il viale dove solitamente andavo a correre, a fare la spesa e tornare a casa. Il deserto di quel viale è stato riempito da camion con le bare. A Bergamo non si cantava come in gran parte d’Italia, si piangeva dai balconi in modo silenzioso con rispetto di chi non c’era più e con paura per chi rimaneva».

Lodovico Andreucci

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Pubblicato il 28 marzo 2021

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