La fotografia rimane, nonostante lo scorrere del tempo. Intervista a Giampiero Muzzi

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Giampiero Muzzi, fotografo nato a Colle di Val d'Elsa ma residente a Casole. Classe 1939, sin da piccolo si appassiona al cinema e alla fotografia, lavorando poi anche in Svizzera. Oggi è impegnato in numerosi progetti, tra cui ultimare un video e creare nuovi cataloghi fotografici. Ci ha spiegato l'evoluzione del mestiere del fotografo e come la fotografia rimanga impressa nella mente, nonostante lo scorrere del tempo

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Com’è nata la passione per la fotografia e come si è evoluta?

«Credo che la passione per la fotografia mi accompagni da sempre. Io ragiono per immagini.
All’inizio principalmente avevo a che fare con il cinema. Da ragazzo andavo a giocare a Colle alla Casa del Popolo con mio cugino e capitava di ritrovare nella spazzatura dei pezzi di pellicola. Ero affascinato da quei pezzetti. Poi nell’estate aprivano le porte del cinema per far passare l’aria fresca e io mi mettevo quatto quatto nell’angolino e guardavo il cinema di traverso. Andai anche a vendere le caramelle e guardavo lo stesso film anche quattro volte al giorno, sempre affascinato. Poi a 20 anni andai in Svizzera e con sacrificio comprai una cinepresa 16mm. Per me fu un sogno, un oggetto professionale, tanto che quella sera me la portai a letto. Agli inizi degli anni ’60 dall’Italia mi arrivarono le voci del cambiamento, della musica popolare e del cinema impegnato. Era il momento di ritornare».

C’è stato un momento in cui si è discostato dal cinema per concentrarsi solo sulla fotografia?

«Sì, quando mi sono accorto che con il cinema era praticamente impossibile. Per il cinema devi vivere a Roma. E poi me ne sono reso conto anche quando ho lavorato in una grande tipografia svizzera dove si facevano i placcati pubblicitari di grandi marche con tecniche modernissime. Lì mi concentrai soprattutto sulla fotografia. Poi anche mio fratello mi suggerì di proiettarmi sulla fotografia e di provare, ma non ho mai smesso di pensare al cinema. Poi se una cosa la fai ogni tanto non è uguale, ci devi stare dentro».

Qual è stata la prima foto che ha scattato?

«Stavo in Svizzera, avevo 23 anni. Nevicava e dalla finestra vedevo una strada di campagna coperta dalle neve bianca. C’era una signora con il cappotto nero e l’ombrello.
Era un’immagine che mi piacque molto, quel contrasto tra il bianco ed il nero. A volte certe immagini rimangono nella mente e ne segui quasi il percorso, perchè sono delle cose che diventano parte di te». 

Quali sono stati i primi soggetti?

«Dalla fotografia di strada mi accorsi che avevo un buon talento. Non ero un fotografo tradizionale, nemmeno nello scattare alle cerimonie. Facevo delle inquadrature che avevano a che fare con il cinema e anche la gente lo percepiva. Dalle cerimonie passai a scattare fotografie all’arredamento e alle grandi composizioni. In squadra ricostruivamo dei set dentro dei capannoni. Adesso con il digitale la sala di posa è direttamente dentro il computer».

Secondo lei l’utilizzo del digitale rappresenta un ostacolo in più tra il fotografo ed il soggetto?

«In parte è un’evoluzione. Pensa che all’inizio venivano camion e tante persone per allestire un solo set. Oggi basta mettersi davanti ad un monitor per ricostruire il tutto. La fotografia però lasciava un margine di imperfezione e di realismo. Adesso è tutto pulito e il lavoro è, per assurdo, buono quando si percepisce dello sporco».

C’è stato un fotografo a cui si è ispirato?

«Ho sempre diviso la passione dal mestiere. Ho conosciuto diverso tempo fa Gianni Berengo Gardin, un fotografo veneto, una persona che ha scattato delle fotografie... leggere. Poi anche Cartier - Bresson e la fotografia tedesca prima della guerra, con immagini forti».

Com’è il mestiere del fotografo?

«Il fotografo è un bel mestiere. Ti permette di scrutare e di carpire un sacco di cose. La macchina fotografica ti allunga l’occhio e ti permette di entrare in posti dove non potresti entrare in nessun altro modo perché sei il fotografo. Ti fa scoprire, anche in paesi piccoli dove tutto sembra scorrere, anche fatti grossi. La macchina fotografica ti invita a fotografare e le fotografie rimangono lì, le guardi e le riguardi, mentre la mente si confonde. La gente pensa ad altro, ma la fotografia è lì, tremenda. I primi anni che facevo il fotografo mi vennero a chiamare per documentare un incidente alle cave di gesso vicino a San Gimignano. Era giugno e c’era il tramonto, questa collina di sassi bianchi con un uomo a terra con i pezzi del camion sparsi qua e là. Scattai la fotografia e quell’immagine mi è rimasta sempre impressa».

Come si fa a mantenere l’entusiasmo anche quando una passione diventa un mestiere?

«Bisogna che tu sia bravo, penso. Ogni volta che devo fotografare qualcosa faccio subito una serie di ragionamenti perché venga al meglio. Per me l’ultima foto che scatto deve essere sempre la migliore».

Che cosa consiglia ai più giovani che si avvicinano al mondo della fotografia?

«Buttarsi, sicuramente. E sentire dentro il mondo dell’immagine. Devi sfogliare, leggere. Serve una cultura. Altrimenti farai sempre delle cose che ci sono già. Si scattano più di due miliardi di foto al giorno, c’è un inquinamento di immagini. Le foto belle sono pochissime. E poi bisogna informarsi su cosa fotografare e per chi si fotografa».

Ambra Dini
unacosapiccolamabuonaa.blogspot.com

Pubblicato il 14 giugno 2019

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