E' il maggio del 1849: la polizia controlla e pedina i preti di Poggibonsi

E' il maggio del 1849... La polizia austriaca presidia le città della Toscana. Poggibonsi è una di queste

 FRANCO BURRESI
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E' il maggio del 1849. Da poco si sono spenti i fuochi del '48 e della prima guerra di Indipendenza, con la sconfitta di Novara. E' caduto il governo toscano guidato da un triumvirato, che ha visto un nostro concittadino, Francesco Costantino Marmocchi, nella veste di ministro dell'interno. Cadranno tra breve la Repubblica Romana e quella di Venezia. La polizia austriaca presidia le città della Toscana. Poggibonsi è una di queste, vista la fama che si è conquistata di covo di patrioti e repubblicani.

Le idee risorgimentali non hanno fatto presa invece sulle masse contadine e sul proletariato urbano, un po' per le  secolari condizioni di ignoranza, analfabetismo, ma più che altro perché nessuno degli apostoli del nostro Risorgimento, tranne Pisacane, sta mettendo in prima linea la questione sociale, la promessa della terra ai contadini e di un lavoro per tutti alieno da ogni forma di sfruttamento. L'idea di indipendenza, di libertà dallo straniero, di un nuovo governo nazionale lasciano piuttosto indifferenti certe classi sociali che negli ultimi decenni hanno visto avvicendarsi vari governi senza che le proprie condizioni di vita siano migliorate. Attecchiscono invece nella piccola e media borghesia cittadina, negli elementi più colti e illuminati, più pronti a cogliere i nuovi venti del cambiamento. E' così che tra i patrioti poggibonsesi che cospirano contro i Lorena o prendono parte ai moti e alle guerre risorgimentali troviamo il geografo Marmocchi, lo speziale Del Zanna, il mugnaio Marri, il medico Burresi, il veterinario Lombardini, il pittore Becheroni, lo studente Bruschettini, il vetturale Montereggi e via dicendo.

Ma una categoria che la polizia austriaca e lorenese prende particolarmente di mira dal '49 è il clero cittadino di Poggibonsi ed anche quello di campagna, decisamente schierato a favore della causa risorgimentale.

Una lettera del prefetto di Siena al pretore di Colle del 15 maggio 1849 invita a tenere d’occhio “quel clero che professa pubblicamente principi e massime di poco moderato liberalismo”, allontanandosi “dai sacri doveri” e contribuendo “al traviamento delle opinioni popolari”. Da Colle si risponde che sono già sotto stretta sorveglianza i seguenti sacerdoti:

Don Giuseppe Ferruzzi, parroco di Poggibonsi

Don Antonio Ferri, parroco di S.Maria a Lecchi

Don Pellegrino Lisi, parroco di S.Lucchese

Don Gaetano Sprugnoli, parroco di S.Agnese

Don Francesco Lambardi, parroco alla Paneretta

Don Vincenzo Casini, parroco di Linari

Don Alessandro Menxxxxx, parroco di S.Antonio al Bosco

Don Benedetto Marchi, proposto di S.M.Assunta a Poggibonsi.

Tali sacerdoti, si scrive, si sono allontanati “dai doveri santissimi del sacerdozio ed abbandonatisi affatto ad un apostolato mirante al disordine, all’anarchia, alla sovversione di ogni principio religioso e sociale, hanno necessitato sul conto di essi delle verificazioni che sono ormai più o meno al completo”. Tali preti sarebbero autori di “villanie verso chi non piegavasi tosto a quelle false dottrine”, come pure di “invereconde ed esorbitanti maldicenze verso il mai abbastanza adorato Principe Nostro”. Si aggiunge che non vi è dubbio alcuno che tali sacerdoti si abbandonino ad un “apostolato irreligioso ed antisociale”, per cui si esige una “severa punizione”. Tra tutti, si nota, il più acceso sostenitore delle idee risorgimentali è don Giuseppe Ferruzzi.

La repressione granducale non si fa attendere. Molti sono i patrioti poggibonsesi che assaggiano le galere granducali. Con i preti si usa più riguardo, ma il sacerdote Ferruzzi viene condannato a due mesi di reclusione presso il convento di San Vivaldo.

Il clero poggibonsese, nonostante gli occhi puntati su di lui da parte della polizia granducale, almeno fino all’unità d’Italia è fermo sulle sue posizioni antiaustriache.

Il 6 gennaio 1860 il parroco di S.Lorenzo don Zeffirino Braschi pronuncia un discorso in chiesa, celebrativo della II guerra di Indipendenza, dal titolo “La libertà italiana” nel quale auspica il compimento dell’unità territoriale italiana: “ …se l’italiana impresa per arcane ragioni non fu compiuta, ella lo sarà, purché sappiamo rendercene degni…” E rivolto ai Poggibonsesi presenti, declama: “E Voi, Poggibonsesi dilettissimi, Voi che costantemente nutriste sinceri sentimenti di patrio amore, deh! Sia la vostra quotidiana preghiera, sì nel mattino che nella sera: - Signore, dal vandalo straniero salvate l’Italia! Madri italiane, adempiuto che avete i doveri verso Dio che sono i più importanti, preparate nella educazione dei vostri figli braccia possenti e cuori generosi che sappiano un giorno amare e difendere la Patria e la Religione dagli attentati dell’ipocrisia e dell’ambizione. L’onesta fanciulla, se ha cuore italiano, aborra per sempre dagli amplessi dei nemici della Patria e serbi intatti i suoi affetti a chi possiede il tesoro delle virtù religiose e cittadine. Noi poi, Ministri del Santuario, depositari del Codice di Cristo, maestri del popolo, illuminiamo la mente dei pusilli e facciam conoscere a coloro, l’ignoranza dei quali può nuocere ai progressi dell’umanità, che libertà è consentita da religione e che amor di Patria non è sacrilegio, non è bestemmia. I Giovani anch’essi non più vivano una vita neghittosa nella casa del piacere e non siano oggi che soldati per essere domani liberi cittadini di un grande Paese”.

Tali manifestazioni patriottiche trovano presto un freno da parte delle gerarchie ecclesiastiche. L'anno dopo, 1861, lo stesso parroco Braschi vorrebbe pronunciare un nuovo discorso, ma viene preventivamente censurato dal vescovo di Colle che lo minaccia di “sospensione a divinis”, il che provoca la dura protesta dei Poggibonsesi i quali fanno pubblicare una dura nota sul quotidiano La Nazione contro la censura del vescovo.

Il Braschi non demorde, scrive un opuscolo intitolato “Il Re galantuomo”, dedicato a Vittorio Emanuele II, nel quale si cantano le lodi dei Mille sbarcati a Marsala e si invita il papa a benedire la nuova nazione italiana; nel 1862, in occasione di una festa religiosa in S.Lorenzo in onore della Madonna, fa stampare un sonetto in cui si legge:

 “E Tu commossa, dal celeste Soglio

Sciorrai suoi lacci e condurrai felice

Vittorio Emanuele in Campidoglio…”

Sempre nel 1862, anche  in occasione della festa della Madonna di Romituzzo, viene recitato un sonetto patriottico antiaustriaco.

Nel 1865 il Braschi celebra infine una messa in S.Lorenzo in ricordo dei caduti di Curtatone e Montanara.  Ormai però gli è stato fatto il vuoto attorno.

Già a partire dall’unità d’Italia ci sono preti che prendono  le distanze dal nuovo Stato italiano. Il prete Luigi Nardi, ad esempio, nel 1861, ci tiene a far sapere al vescovo che lui si dissocia dalla protesta apparsa sulla Nazione in difesa del Braschi, giornale che lui definisce sprezzantemente “giudaico. Il clero si distacca dalla causa italiana anche e soprattutto in seguito alle confische operate dallo Stato italiano di vari beni ecclesiastici di enti soppressi o inutili.

Gli altri preti, tranne il Braschi, che esulta anche in occasione della terza guerra di Indipendenza per l’annessione del Veneto,  si allineano così sempre di più sulla difesa del potere temporale dei papi e contro le pretese italiane su Roma capitale.

La presa di Porta Pia segna nel 1870 la netta rottura tra Stato italiano e Chiesa, cui non è immune nemmeno il clero locale.

(V. Burresi-MInghi "Poggibonsi al tempo di Pietro Leopoldo, Napoleone e Garibaldi" - 2017)

Franco Burresi


Immagini: la copertina del discorso "La libertà italiana" pronunciato in S.Lorenzo; una firma del sacerdote Zeffirino Braschi su un certificato rilasciato dallo stesso, con il timbro della parrocchia di S.Lorenzo.

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Pubblicato il 30 gennaio 2021

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