Le donne di Poggibonsi contro la guerra: ''molte di loro vengono processate ed hanno una condanna che varia da 7 a 11 mesi''

L'intera Poggibonsi è in rivolta, fino al pomeriggio, quando, da Siena, arriva un contingente di carabinieri a riportare la calma ed inizia la repressione

 FRANCO BURRESI
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Dopo il disastro di Adua del 1896 e la dispendiosa e improduttiva spedizione in Cina del 1900, molti in Italia si dichiaravano scettici circa una nuova avventura coloniale. Garibaldi aveva fatto notare a suo tempo che lui, che aveva speso tutta la sua vita per la causa dell’indipendenza dell’Italia, se questa un giorno avesse provato a sottomettere altri popoli, non avrebbe esitato a schierarlesi contro.

Ma Garibaldi era morto da un pezzo ormai e gli impresari che trovavano nel Corriere della Sera o nella Stampa la loro cassa di risonanza avevano nella mente le grandi risorse di zolfo e di fosfati che sembrava abbondassero nel suolo della Libia. Non sospettavano ancora nemmeno che il territorio fosse invece ricco di petrolio. La Libia veniva dipinta da tali giornali come una sorta di Eldorado, che avrebbe risolto tutti o quasi i problemi italiani.

Di questo avviso è anche gran parte della stampa cattolica, nonostante l’avversità della Santa Sede ad ogni forma di guerra, che fa capo al trust di Grosoli, dirigente di vari istituti di credito  cattolici, la quale stampa comincia a dipingere l’eventuale impresa di Libia come una nuova crociata contro gli infedeli, rispolverando perfino la vittoria nella battaglia di Lepanto. Anche i socialisti si dividono su tale questione, anche se il grosso resta fedele al motto di Andrea Costa “né un uomo, né un soldo per l’Africa”. Chi spinge di più per l’impresa di Libia è il Banco di Roma, la banca cattolica che crede così di poter riparare in qualche modo ai propri bilanci fallimentari dovuti ad investimenti azzardati. Gli anticolonialisti si mobilitano, improvvisando veementi manifestazioni nella Romagna, dove vengono arrestati Nenni e Mussolini, allora fervente antimilitarista.



La decisione di intervenire in Libia dichiarando guerra alla Turchia viene alla fine presa il 29 settembre 1911, senza sentire il Parlamento, dal re, dal primo ministro Giolitti e dal ministro degli esteri Sangiuliano.
 

A Poggibonsi cominciano a circolare le voci di richiamo alla leva già nei primi giorni di settembre, voci confermate quando il 24 settembre vengono affissi al muro i manifesti di richiamo per la classe 1889. Il giorno successivo in piazza Cavour si tiene un comizio, durante il quale parlano vari esponenti socialisti ed anarchici. Molto apprezzato è il discorso del prof. Gaetano Pieraccini. La decisione che alla fine dei vari interventi viene presa è quella di attendere le direttive della Camera del Lavoro. Ma la gente non aspetta. La mattina del 26 settembre circa 2.000 persone, in gran parte donne e ragazzi, invadono il piazzale antistante la stazione ferroviaria, dove, lungo il binario sono già in fila i richiamati e dove le forze dell’ordine sono presenti ad impedire il passaggio mediante delle transenne. All’arrivo del treno da Certaldo i richiamati vengono fatti salire, ma a quel punto la folla di donne inizia a gridare ed irrompe abbattendo le transenne fino sui binari, bloccando la partenza del treno. Alcuni uomini divelgono le traversine e gettano sassi e legni sui binari. Il consigliere comunale Coltellini convince, per evitare il peggio, il delegato di polizia a cedere. I coscritti vengono fatti scendere dal treno e la folla si riversa a quel punto in paese dove si impone lo sciopero generale. L’intera Poggibonsi è in rivolta, fino al pomeriggio, quando, da Siena, arriva un contingente di carabinieri a riportare la calma ed inizia la repressione. I richiamati devono di nuovo partire. Ma la notizia della rivolta delle donne poggibonsesi corre, e a Colle le donne mettono in atto una protesta analoga. I fatti di Poggibonsi finiscono sulle cronache di molti giornali nazionali ed anche stranieri. L’impresa di Libia va avanti e il 7 ottobre il giornale senese cattolico Il Popolo di Siena può titolare a stampatello “Tripoli è nostra” e pubblicizzare sulle proprie pagine perfino una pretesa portentosa “pomata libica”, per la salvaguardia del cuoio capelluto.
 

Per un giorno, però, le donne di Poggibonsi si sono opposte alla logica delle armi. Molte di loro vengono processate ed hanno una condanna che varia da 7 a 11 mesi, con il beneficio della condizionale. Si tratta di Caterina Lotti, Vittoria Lorini, Assunta Barucci, Emilia Bracali, Paolina Spannocchi, Assunta Raspollini, Giuseppa Barucci, Giovanna Lorini.

(L’episodio è riportato in forma più dettagliata in Burresi-Minghi “Poggibonsi tra ‘800 e ‘900” - 2014)

Franco Burresi

Nelle immagini: la protesta alla stazione di Poggibonsi (disegno dell’artista poggibonsese Leopoldo Ferruzzi); vari articoli apparsi sui giornali.

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Pubblicato il 8 settembre 2021

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