Vivaio Il Roseto

Liberazione di Poggibonsi: le storie di Alfio Ticci, Francesco Cecconi e Giuseppe Iacopini

La Sezione dell'Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ''Armando Targi'' di Poggibonsi quest'anno, nel ricordare e tramandare i valori della Liberazione del capoluogo valdelsano dall’occupazione nazifascista, ha voluto portare a conoscenza della cittadinanza due episodi che accaddero nelle frazioni di Staggia e Gavignano a pochi giorni da quel 18 luglio 1944

 LIBERAZIONE DI POGGIBONSI
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Erano giorni frenetici e pericolosi quelli dell’inizio di luglio 1944 nel territorio della Valdelsa. L’esercito Alleato, dopo aver superato la linea Gustav, continuava ad inseguire l’esercito tedesco in ritirata verso il nord della fortificazione posta sulla linea Gotica. L’Italia centrale tutta era devastata dagli aspri combattimenti fra i due schieramenti in campo, i bombardamenti distruggevano intere città e paesi.

Nel territorio della Valdelsa i tedeschi in disperata ritirata, con la complicità dei contingenti fascisti della Repubblica Sociale Italiana, si rendevano colpevoli di atroci delitti.

Anche per questo si resisteva, per la libertà propria e di chi, come noi, sarebbe venuto dopo. Per quello che appariva forse come un bel sogno e che, di giorno in giorno, sembrava divenire sempre più concreto.

Alfio Ticci resisteva, come tanti altri suoi compagni e compagne del territorio fra la provincia di Siena e Firenze. Era nato a Staggia Senese il 23 febbraio 1908 dai genitori Saverio e Zelinda e nel settembre del 1943 era sergente al Distretto militare di Siena, una carriera militare invidiabile anche se la sua avversione al regime gli aveva già portato più di un problema. Quando venne il tempo di decidere da che parte stare, Ticci decise di stare dalla parte giusta della storia e nel dicembre del 1943 si arruolò nella brigata partigiana Spartaco Lavagnini, costituitasi a Certaldo nel novembre dello stesso anno. Prese parte nei mesi successivi a diverse azioni di guerriglia nel territorio della Valdelsa agendo in particolar modo nel territorio Staggese che conosceva molto bene: vista la sua passata esperienza militare gli venivano affidate azioni particolarmente delicate e pericolose.

Alla fine del giugno 1944 i soldati alleati erano giunti nel territorio dove Ticci operava. La profonda conoscenza del territorio fece si che gli venne affidato il compito di guidare una pattuglia del contingente marocchino dell’esercito francese. Il 5 luglio 1944 Ticci stava guidando la pattuglia oltre la collina della Verrucola proprio sopra Staggia Senese quando venne aggredito da un gruppo di soldati nazisti che perlustrava la zona. Ci fu uno scontro a fuoco e il giovane Ticci morì sotto i colpi del nemico all’età di 36 anni. Il giorno dopo un ufficiale francese recapitò alla madre un biglietto asettico e terribile, il messaggio che ogni genitore, segretamente, ha immaginato di ricevere nei propri incubi:

“Aux armis le 6 Julliet 1944 - Corps Expeditionnaire fracais - II corps de Poursuite - Gruopement  blindè de Castries - Dichiarazione (Dèclaration): Le capitaine de la Croix de castries Commandant un groupement blindè du Sprahis marocains certifie que le partisain de nommè Alfio Ticci di fu Saverio e di Zelinda Porciatti, nato a Staggia Senese (provincie de Sienne) le 5 juillet 1944 volontaire pour guider une patroiulle en territoire ennemi; est mort sur le champ d’honneur sur cours d’une action particulierment dangereuse. Le Capitaine de la Croix de Castries, Commandant le Gruopement blindè, signe: Castries”.

Alfio Ticci venne seppellito il giorno dopo all’ombra di una casa colonica che ancora oggi dal colle della Verrucola sorveglia la Rocca di Staggia. La sua attività all’interno della Spartaco Lavagnini e quella degli altri compagni partigiani fu di fondamentale importanza nel permettere alle forze alleate di entrare in una Poggibonsi liberata il 18 luglio del 1944.  Non sappiamo se sia vero, ma ci piace immaginare che anche allora a fianco della tomba stava un fiore, il bel fiore del partigiano, morto per la libertà.

Libera interpretazione da Plantera P. “Brigata partigiana - Storia della brigata Garibaldi Spartaco Lavagnini” - Siena 1986.

Fabio Cevenini


Erano giorni difficili per Poggibonsi e per le colline che lo sovrastano, c’era il “passaggio del fronte” e i partigiani, invisibili ma presenti, collaboravano con gli alleati che preferivano le bombe e i cannoni agli attacchi frontali. Le famiglie dei mezzadri delle due fattorie e tanti “sfollati” del capoluogo, con il freddo nel cuore, avevano lasciato case, animali e molte cose care per trovar riparo nel “rifugio” sotto il bosco della “ragnaia” del Castello di Strozzavolpe, in quel costone scosceso che guarda Canonica.

Era l’alba di giovedì 13 luglio 1944 quando all’ingresso del rifugio, fra lo sgomento e la paura generale, si avvicinò una pattuglia di marocchini del CEF, il Corpo di Spedizione Francese, scesa dalla dirimpettaia collina di Talciona. L’invito perentorio era che “qualcuno degli italiani” salisse a Luco a controllare se i cecchini tedeschi, da ore silenti, avessero già sgombrato le postazioni sulla torre. Francesco Cecconi, sessantanovenne, che abitava proprio nella casa colonica collegata a quella torre sospettata di ospitare i cecchini, e il sessantatreenne Giuseppe Iacopini, che viveva invece in una casa della fattoria nel piazzale sottostante, si offrirono volontari per evitare che fossero i soldati marocchini a fare la complicata e dolorosa scelta.

Rassicurarono i familiari preoccupati e sgomentati, e salirono verso Luco dove, nel piazzale, incontrarono i due fratelli Giannozzi, giovani mezzadri della Fattoria del Tresto. Improvvisamente si materializzarono dal nulla quattro militari tedeschi che fermarono con decisione i quattro contadini sbraitando parole incomprensibili e rabbiose. Francesco e Giuseppe capirono solo di essere in pericolo e spiegarono, inascoltati, che erano saliti fin lì solo per prendere alcune cose dalle reciproche abitazioni. Furono spinti, armi puntate, nel “cantinino”, così veniva chiamata una piccola cantina scavata alla base di un alto ciglione tufaceo lungo la ripida discesa ghiaiosa che da Luco scende verso il Tresto. I soldati tedeschi, dopo aver ben chiusa la porta, lasciarono intendere che sarebbero tornati di lì a poco.

Non si accorsero però dello “sfiatatoio”, quell’apertura nell’alto soffitto che le cantine scavate nel tufo hanno per il ricambio dell’aria. E quella fu la via di fuga scelta immediatamente dai più giovani e agili fratelli Giannozzi che invitarono anche i due compagni di sventura a seguirli. Ma Giuseppe aveva una mobilità limitata e non avrebbe mai potuto tentare la scalata, così Francesco non se la sentì di lasciar solo l’amico e rassicurò i due fratelli mentre fuggivano “...andate, andate, noi siamo anziani che ci faranno mai!”. Tornarono i tedeschi e, dopo aver preso atto della fuga dei due fratelli, imposero a Francesco e Giuseppe una complicata e tragica camminata di qualche chilometro sotto il sole cocente, per saliscendi polverosi, fino a Gavignano. Lì si fermarono in un angolo di un boschetto ben nascosto, in valle, non lontano dal nucleo abitato.

I militari tedeschi ricevettero l’ordine di ricercare un testimone interprete per un “tribunale improvvisato”. Fu chiamato un prete che, traducendo con difficoltà, spiegò ai due “imputati” che erano accusati di essere spie dei sovversivi e di aver favorito la fuga dei due “partigiani”, così come i tedeschi ritenevano che fossero i fratelli Giannozzi. Il prete, a richiesta dei militari, dichiarò di non riconoscere i due contadini di Luco come fascisti né tantomeno come frequentatori della chiesa e, a quel punto, si rivolse direttamente ai due implorandoli di confessare comunque “qualcosa” per scagionarsi, per tentare di salvarsi. Francesco e Giuseppe continuarono solo a ripetere che non erano spie, che erano saliti nel piazzale di Luco per prendere cose dalle rispettive abitazioni e che non sapevano dove fossero fuggiti i fratelli Giannozzi. Niente altro più uscì dalla loro bocca. La condanna era già emessa.

Gli furono consegnate due pale corte, a punta arrotondata e con manico a D, e intimato di scavare due fosse. Insomma, avrebbero dovuto prepararsi le tombe, proprio lì, in quell’anfratto. Francesco e Giuseppe obbedirono con il sudore che esondava dalle sopracciglia e annebbiava la vista e, così, fra un colpo di pala e l’altra, si tergevano gli occhi gonfi di sudore e lacrime, con la manica della camicia arrotolata nell’interno del gomito, come facevano durante il lavoro nei campi. Spalarono in silenzio, per dieci minuti, con la forza di un naturale coraggio intinto nella disperazione di chi è di fronte a una morte certa e inaspettata. Eppure, era successo a molti negli ultimi mesi, e loro lo sapevano, ma una cosa è sentirne parlare, altra cosa esser lì, spirito e corpo a rimestare nella mente con l’ansia di trovare soluzioni. Cosa impossibile da fare in quel solo attimo che ti resta. Una veloce rassegna di volti, luoghi e quei suoni familiari che ti rimbombano negli orecchi mentre, sulla tua schiena prona, sono lancinanti le punture delle pupille dilatate di due ragazzi che non parlano la tua lingua e ti puntano il fucile. Più in là, lo sguardo rassegnato di un prete, testimone obbligato e terrorizzato a balbettare una specie di confessione. Scavarono pochi centimetri di quel tufo indurito. Poi Francesco e Giuseppe si guardarono e, contemporaneamente, lasciarono cadere a terra le pale; si voltarono consci di un futuro già passato. Bereit zu schießen? Feuer!!! Partì la scarica, caddero scomposti. Il prete si fece il segno della croce, borbottò qualcosa in latino e, finalmente, alzò lo sguardo al cielo. Lassù due nuove stelle si univano alle tante che già brillavano per illuminare la strada, ancora impervia, verso una nuova libertà.

Quando arrivò Armando per recuperare le povere salme con il carro trainati dai buoi, che babbo Francesco accudiva da anni, vide i due corpi a mala pena ricoperti con qualche palata di tufo e con i piedi che spuntavano, irriverenti e accusatori, dalla terra. Appena il giorno dopo, 14 luglio, il corpo di spedizione francese tentò il primo ingresso in una Poggibonsi deserta e sconquassata ma fu respinto dalle forze tedesche. Solo dopo cruenti scontri, quattro giorni dopo, gli stessi francesi con l’aiuto dei partigiani, avrebbero liberato finalmente la città. Era il 18 luglio 1944. Francesco e Giuseppe riposavano già nel cimitero di Luco, a due passi da quel “cantinino”, loro prima e ultima prigione.

Libera narrazione dei fatti tramite testimonianze orali della famiglia Cecconi.

Marcello Cecconi

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Pubblicato il 18 luglio 2021

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