Poggibonsi, anno 1713: un clamoroso caso di medicina e una disputa tra medici

Siamo agli inizi del settecento, anno domini 1713. La medicina è quella che è. Si cura cavando sangue, applicando mignatte o prescrivendo medicine artigianali fatte con erbe ed estratti vari

 FRANCO BURRESI
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Siamo agli inizi del settecento, anno domini 1713. La medicina è quella che è. Si cura cavando sangue, applicando mignatte o prescrivendo medicine artigianali fatte con erbe ed estratti vari. Le urine si osservano contro luce.

A Poggibonsi muore dopo pochi giorni di malattia un giovane di 27 anni, definito di “temperamento sanguigno, d’abito di corpo quadrato, carnoso e robusto”, “avvezzo a ben nutrirsi e a ber vino generoso”. Il giovane, per una stitichezza accompagnata da dolore al ventre e mal di testa prende per un periodo alcune pillole ordinategli da un medico di Parma, certo Ferrari, esercitante l’arte medica in Firenze.

Un giorno, dopo un “violentissimo esercizio fatto al Giuoco del Pallon grosso sul più fitto meriggio della state, dopo del quale bevve ghiacciato e lavossi le mani e la fronte con acqua fredda, fu attaccato da una gagliardissima febbre”. Il dottor Bartolommeo (sic) Marzi di Poggibonsi lo prende in cura e giudica che quella febbre “fusse del genere delle ardenti”, una “Terzana doppia continua periodica”. Avendo già fatto il giovane, senza ottener niente, dei “lavativi” e “bevute di acqua tiepida”, il Marzi non indugia a fargli “una buona cavata di sangue”, dopodiché ordina “larghe bevute di acqua fontana e di Nocera ed emulazioni di semi freddi maggiori graziosamente inaciditi, o con sugo di Limoncelli, o qualche gocciola di spirito di Vetriuolo dolcificato da prendersi di tempo in tempo”.

Le cose non migliorano ed il Marzi, chiamato di nuovo il quarto giorno di malattia, cava di nuovo sangue, prescrivendo anche un “Bocconcino composto di tre grani di Laudano oppiato e di poco sale d’assenzio mischiati insieme con una poca conserva di agro di cedro, affine di por freno al tumulto straordinario del fluvido nervoso e alla tempestosa fermentazione del sangue”. Le cure sembrano portare a un temporaneo miglioramento. Il Marzi consiglia anche “qualche porzione di coralli e perle preparate con piccola dose di Nitro purificato soprabevendovi acqua di Nocera e talora di Scorzanera, in cui era infusa qualche porzione di China China”. Ma il sesto giorno la situazione precipita ed il Marzi, dopo avergli fatto portare i Santi Sacramenti, prova l’ultima carta: applicare quattro “vescicanti” alle gambe e alle cosce. Ma il giovane muore al nono giorno di malattia.

La cosa sarebbe finita lì, se un non meglio precisato “Messere” non avesse riferito al medico Ferrari di Firenze che il Marzi aveva attribuito la morte del giovane alle pillole ordinategli a suo tempo dal medico fiorentino. Cosa, a sentire il Marzi, non vera e frutto di pura calunnia. Il Ferrari scrive a questo punto un libercolo in cui accusa invece il Marzi di non aver saputo esercitare l’arte medica e quindi addirittura di omicidio.

Il medico di Poggibonsi decide allora di buttar giù un’approfondita difesa del suo operato, nella quale dimostra di aver eseguito niente altro che quello che i migliori medici del tempo avevano fatto in situazioni simili. La difesa è rivolta a un collegio di medici senesi presieduto dal sig. Crescenzio Vaselli e per intercessione del patrizio lucchese Vincenzio (sic) Nieri, amico del Marzi, viene fatta stampare a Colonia presso la stamperia del sig.Teodoro Sckenck.



Franco Burresi

(V. anche Burresi-Minghi: “Poggibonsi dalla distruzione di Poggiobonizio al ‘700”).

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Pubblicato il 7 novembre 2021

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