Poggibonsi e gli scalda-ranci

Al 1916, si legge nella Relazione di fine anno, ci sono 13 soldati poggibonsesi di cui non si ha più notizia

 FRANCO BURRESI
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Fa freddo, molto freddo, in quel lungo inverno del 1916, sugli altipiani o sull’Adamello, a 3.000 metri di quota, e potersi bere un caffè o consumare un rancio caldo è indispensabile per i disgraziati strappati al lavoro dei campi o delle fabbriche e scaraventati lassù a contendersi con gli austriaci pochi metri di roccia. La guerra-lampo che si era preventivata e propagandata si stava rivelando dopo poco più di un anno una lunga guerra di logoramento, di trincea, di sofferenza, di migliaia e migliaia di morti.

Lo scalda-rancio era un piccolo sollievo per il soldato impegnato lassù. Fabbricarlo era abbastanza semplice: bastavano dei vecchi giornali, che venivano arrotolati, imbevuti di grasso, cera o paraffina e poi tagliati in tronchetti. A un soldato ne servivano circa 6 al giorno, due per il caffè, 4 per il rancio. Lo scalda-rancio produceva una fiamma che durava circa un quarto d’ora.

Allo scoppio della guerra anche a Poggibonsi, come in moltissime altre località, si era costituito, sotto la direzione di Simone Mazzuoli, un “Comitato di Assistenza Civile” per le famiglie dei richiamati o deceduti al fronte, che svolgeva molte funzioni di supporto: erogazione di sussidi alle famiglie di soldati deceduti, feriti o dispersi, ricerca di soldati dispersi, richiesta di licenze in occasione della mietitura o trebbiatura, organizzazione di ricreatori scolastici, assistenza ai profughi dai luoghi di guerra e via dicendo.

Al 1916, si legge nella Relazione di fine anno, ci sono 13 soldati poggibonsesi di cui non si ha più notizia, 42 sono prigionieri dei nemici, 77 sono i morti, di cui 60 celibi e 17 con famiglia; gli orfani sono già 24, i feriti 50. Tutti, cittadini di varia estrazione sociale o credo politico, anche coloro che si erano opposti alla guerra prevedendone le sicure conseguenze, ora collaborano per alleviare in qualche modo le condizioni dei congiunti o degli amici impegnati al fronte. Perfino gli alunni delle elementari, le maestre, le suore dell’asilo confezionano indumenti di lana: cappelli, sciarpe, calze di lana, ma soprattutto scalda-ranci. Nel solo 1916 ne vengono confezionati e spediti al fronte 60.000, più altri 20.000 realizzati ad opera delle sig.re Montemaggi, Marzi, Minieri e Pieraccini. Per Natale vengono mandati al fronte 42 pacchi-dono contenenti dolci, indumenti di lana, sigarette. Il Comitato si dà da fare per avere soprattutto notizie, “consapevole del grave turbamento che produce nelle famiglie degli eroici nostri soldati la mancanza di notizie”. Si organizzano lotterie e perfino la Filodrammatica locale dà vita ad alcune recite a scopo di beneficienza nel locale Teatro Ravvivati-Costanti.

Il Comitato, si mette in evidenza nella Relazione, è formato da “uomini di ogni classe e condizione , professanti le più diverse opinioni, ma mirabilmente concordi nell’amore per il prossimo”. Mentre si combattono le ripetute battaglie dell’Isonzo, si spera invano (Caporetto è vicina) in una prossima “pace vittoriosa”.

La Relazione si chiude con un augurio: “Tornino i nostri fratelli alle loro officine, a fabbricare non più strumenti di distruzione e rovina, ma aratri e coltri. Tornino i nostri forti agricoltori al lavoro fecondo dei campi”.

Ma la carneficina doveva, purtroppo, durare per altri due lunghi anni ancora e fare ancora molto male, anche alla nostra Poggibonsi.

(V. Burresi - Minghi “Poggibonsi dal primo ‘900 al fascismo” - 2016)

Franco Burresi

Nelle immagini: frontespizio della Relazione del Comitato di Assistenza Civile di Poggibonsi del 1916; istruzioni per la fabbricazione degli scalda-ranci; locandina commemorativa dello scalda-rancio.

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Pubblicato il 28 novembre 2021

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