Poggibonsi e i banditi

A volte sono anche esponenti di potenti famiglie poggibonsesi che, messi al bando per qualche reato commesso, diventano banditi

 FRANCO BURRESI
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Viaggiare di notte, in campagna, per zone boscose, ma pure nelle stesse strade cittadine, spesso strette e buie, è sempre stato pericoloso fin dall’antichità.

Nelle “Metamorfosi” di Apuleio un guardiano della porta della città avverte così un viaggiatore che vuole partire di notte:

- Ma come, vuoi metterti in cammino a quest’ora di notte? Non sai che le strade sono infestate di briganti?

Ed anche Giovenale afferma che “non avere niente addosso, essere povero”  è la migliore arma contro i “latrones”, che scorrazzavano in bande armate anche nel mondo romano, specie nei territori al margine dell’impero. Nel medioevo i boschi, le campagne, scrive Ludovico Gatto, erano spesso un “ricettacolo di ladri, borsaioli, assassini”. E Georges Duby, nel suo celebre saggio sull’anno mille, ci racconta la terribile sorte  cui andavano incontro i viandanti che si trovavano ad attraversare il tratto di foresta nei pressi della città di Macon.

Anche il nostro frate Niccolò da Poggibonsi, durante il suo rocambolesco viaggio compiuto  nel Medio Oriente dal 1345 al 1350, viene assalito insieme ai suoi compagni di viaggio, in Schiavonia (Dalmazia) da una banda di briganti e portato in un bosco. La notte i banditi, per evitarne la fuga, costringono i malcapitati a fare loro da cuscino. Il nostro Niccolò riesce però a fuggire con uno stratagemma degno di un film western: tira via piano piano la propria gamba da sotto la testa del bandito che dorme, sostituendola con un tronco d’albero, quindi si dà precipitosamente alla fuga.

I motivi che spingevano a diventare banditi potevano essere diversi, come diversa poteva essere la successiva evoluzione comportamentale di chi prendeva quella decisione: la mancanza di lavoro, l’emarginazione sociale, la diserzione da un esercito o lo scioglimento dello stesso, molto spesso la reazione ad un sopruso o a un’ingiustizia. Pancho Villa diviene bandito per reazione alla violenza subita dalla sorella e Domenico Tiburzi per aver ucciso il guardiano del padrone il quale, non riconoscendo più la consuetudine secolare che permetteva ai contadini di fare l’erba nel terreno padronale, gli aveva chiesto, per un fastello di erba, un risarcimento spropositato di ben 20 lire. Sante Pollastri, cantato da Francesco De Gregori, iniziò con il rubare carbone per proteggere sé e i suoi familiari dal freddo. Altre volte ancora a certe motivazioni si aggiunge la matrice politica, come nel caso della “banda dello zoppo”, che agì anche nella nostra zona negli anni venti del secolo scorso. A volte i banditi restano semplici malviventi e rapinatori, altre volte prendono l’aspetto del bandito gentiluomo, del giustiziere, o del rivoluzionario, come ci racconta l’Hobsbawm in un suo celebre libro dedicato appunto ai banditi. Qualche volta, raramente, si redimono, come nel caso del “lupo di Gubbio”, che molto probabilmente non era un vero lupo, ma una sorta di bandito locale. Molto più spesso finiscono uccisi, cadendo in un agguato o traditi da qualcuno che passa poi a riscuotere  la taglia messa sulla loro testa.

Il fenomeno del banditismo è presente a Poggibonsi fin dai primi tempi. Lo storico De la Ronciére racconta come a volte sono anche esponenti di potenti famiglie poggibonsesi che, messi al bando per qualche reato commesso, diventano banditi.

Nel 1306  un tal Francuccio da Quercegrossa torna soddisfatto dal mercato di Siena dove ha venduto un paio di buoi con 33 lire in tasca. Ma a metà strada è assalito dalla banda armata di tale Mastro da Poggibonsi e rapinato del denaro, oltre che preso a randellate. Denuncia l’accaduto, ma senza ottenere giustizia.

Sorte peggiore, come ci racconta il Pratelli,  tocca, nel 1404,  al padre guardiano del convento di S. Lucchese, che scendendo al mercato, incontra presso il Vallone tre uomini che lui interpreta come cavalieri e con i quali si intrattiene in amichevole conversazione. Li invita ad aspettarlo al convento, tempo di fare degli acquisti al mercato e sarà di ritorno. Ma quando torna al convento, il padre guardiano non trova nessuno. Giunge la notte e i frati vanno ognuno nella propria cella. Alle orazioni notturne e mattutine il padre guardiano non si presenta. I frati vanno allora ad aprire la sua cella e lo trovano a terra, strozzato. Accanto, sul pavimento, dei mattoni murati di fresco, sotto i quali vengono rinvenuti vari zecchini riposti lì dal padre guardiano contro il voto di povertà pronunciato nel vestire il saio. Tre “diavoli” che avevano preso l’anima del frate reo di quel peccato, come interpretò la vicenda l’immaginario popolare o una rapina finita male di tre malviventi che non erano riusciti a trovare il malloppo?

Ancora il Pratelli ci narra di come, sulla fine del ‘700, in località Ponte Nuovo, un uomo e una donna riuscirono ad organizzare un atto di brigantaggio: “…vestirono alcuni fantocci di paglia, li armarono di un palo a mo’ di fucile e, notte com’era, li ornarono di un acceso lampioncino tra le mani e mentre l’uomo ad alta voce dava comandi ed avvertimenti a questi briganti improvvisati, la donna, armata e travestita, con una risolutezza infernale, affrontava la diligenza postale che passava in quel mentre e nonostante e i così detti birri facessero servizio di scorta, tutti si arresero di fronte al pauroso apparato e dopo un diligente saccheggio, ebbero l’ordine di partirsi senza voltarsi indietro”.

 Il 30 agosto 1814 un avvocato torinese venne assalito sulla strada per Siena, appena superata Poggibonsi, in pieno giorno, alle ore dieci, da “sei assassini”, che lo derubarono di “dodicimila scudi in antiche pietre preziose incassate in oro, di diamanti ornate”. L’avvocato ottenne di essere ricevuto dal granduca in persona per avanzare le proprie lamentele e questi “diede opportuni ordini per far arrestare quelli masnadieri”.

Nel 1855 si ha notizia di un gruppo di banditi che opera lungo la strada per il Chianti che costeggia il torrente Carfini:  si discute infatti in Consiglio Comunale la richiesta di tali Paolini, Martini e Carlini riguardo agli atti compiuti dalla cosiddetta “Banda dei Carfini”, per cui si chiede l’intervento della forza pubblica circondariale. Il Magistrato apre un’inchiesta e nomina una Commissione per accertare i reati avvenuti.

Nel 1870 il vetturino Nazareno Capperucci è aggredito sulla strada per Cusona che costeggia il bosco e rapinato di tutto. Così il verbale: “…in zona sottobosco, nella notte tra il 2 e il 3 febbraio corrente è stato assalito, poche centinaia di metri prima della burraia di Cusona venendo da Ulignano, da tre persone armate e con viso coperto e cappello, che lo hanno derubato di quanto segue: cavallo di sesso femminile di anni 3 bene in carne e sano, un mulo da trapelo e tiro di anni 4 ben pasciuto e sano, 10 sacca di vena, 5 sacca di grano, tre balle di fieno, una balla di carbone, un sacco di farina, un cesto di castagne, tre fili di pane di chilo, tre fiaschi di vino, una boccia d’acqua da bere, due secchi per gli animali, il lume del carro, un cappello piuttosto nuovo, tutti i finimenti, la giubba con in tasca i soldi, circa 21 lire e 30 centesimi; dichiara infine che gli hanno morto il cane pomero con il calcio del fucile. Il dichiarante chiede un sussidio e la sospensione del pagamento delle tasse”.

Nel 1913 a Megognano un garzone di fattoria, tale Pizzichi, che rientra da Poggibonsi, viene aggredito da banditi, i quali gli ordinano di recarsi dal padrone a farsi consegnare cibarie e 1.000 lire. Il padrone gli dà 10 lire e alcune provviste, ma quando il garzone torna sul luogo i banditi se ne sono già andati, forse per timore di essere scoperti.

Il 30 maggio 1916 un barrocciaio viene assalito sulla strada per Colle da tre sconosciuti, uno dei quali spara anche un colpo in aria per intimidazione; viene derubato di 20 lire, ma i carabinieri riescono questa volta  ad arrestare i banditi.

Nel dicembre 1920 ancora per la strada di Colle operano alcuni malandrini che assalgono i passanti, tra cui alcuni giovani poggibonsesi di ritorno dalla scuola professionale.

Nel 1922, infine, è attiva in zona la “banda dello zoppo” o banda Scarselli, che meriterebbe un capitolo a parte, alla quale si addebitano varie azioni di brigantaggio. Gli Scarselli si erano dati alla macchia per sfuggire alla cattura in seguito ai tragici fatti accaduti al mercato di Certaldo il 28 febbraio del 1921, che erano scaturiti tutti da un tragico equivoco. Qui un resoconto di come agiva la banda dello zoppo, detta così dal fatto che il suo capo, Oscar Scarselli, appunto, zoppicava:

…. A seguito di denunzia avanzata da tale X.X. risulta la presenza in zona Poggibonsi della banda Scarselli con a capo Tito Scarselli, noto brigante anarchico. ….In data 11 aprile 1922 i sunnominati si appostarono in località Campostaggia laddove la strada scende ripida e appartata verso il torrente Staggia, insieme al fratello Oscar ed altri; intorno all’ora prima meridiana all’apparire del fattore X.X. della Fattoria del P. di proprietà B., il medesimo con i componenti la banda si pararono armati di fucili e pistole sul davanti del suo mezzo a trazione animale. Quello che, a detta del sunnominato X.X appariva essere il capobanda, intimò:

- Dacci 2 mila lire, in caso di rifiuto devi venire con noi e ti faremo pagare con la violenza.

I briganti, che erano esciti dal canneto che funge da confine tra l’istrada e il letto fluviale, si fecero attorno al fattore, che li riconobbe per aver sentito parlare della banda e perlopiù perché un di loro era zoppo. Il malcapitato, cioè il sunnominato X.X., disse che i soldi che aveva non erano suoi, ma della fattoria, avendo lui conchiuso un affare al mercato di Poggibonsi. Quand’ebbe detto quanto riportato, un brigante, zoppo ad una gamba, si avvicinò e intimò:

- Non fare storie, lo sappiamo che i soldi sono del tuo padrone, ma tu sei il complice, sobillatore e sfruttatore dei contadini. Dacci i soldi e non avrai violenza.

 Il denunziante tirò fuori un rotolo con tremila lire, frutto della vendita bovina a Poggibonsi. Di nuovo si avvicinò il brigante con una gamba zoppa (successivamente individuato come Oscar Scarselli), prese i soldi, ne trattenne duemila e ridette mille lire al denunziante, dicendo:

- Devi dire al tuo padrone che duemila sono per la banda dello zoppo, che servono per questi nostri amici [indicando il resto della banda] e per i contadini strozzati dai padroni; mille le lasciamo a te per il tuo padrone che deve utilizzarli per tutti i lavoratori della fattoria.

Presisi il danaro, fecero partire il calesse e si ritirarono verso la selva attorno…”

(V. Burresi - Minghi: “Poggibonsi al tempo di Pietro Leopoldo, Napoleone e Garibaldi” e “Poggibonsi dal primo novecento al fascismo”)

Franco Burresi

Nelle immagini: briganti assalgono una diligenza, 1840, litografia acquerellata di un allievo di B.Pinelli; Oscar Scarselli, capo della “banda dello zoppo”.

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Pubblicato il 2 ottobre 2021

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