Poggibonsi e il tabacco

Una rinomata fabbrica di tabacco, come si legge negli Atti dell'Accademia del Cimento, sorse proprio a Poggibonsi

 FRANCO BURRESI
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Poggibonsi centro del camper... Poggibonsi centro del mobile... Poggibonsi centro del vino... Poggibonsi centro del tabacco... ma, viaggiando indietro nel tempo, si arriva così al 1600.

“Il tabacco, detto così dall’isola di Tobago dove fu rinvenuto dagli europei, fu chiamato in un primo tempo anche “erba della regina” per il dono che l’ambasciatore francese in Portogallo ne fece a Caterina dei Medici, regina di Francia, e quindi in Italia “erba di Santacroce”, dal nome del cardinale che lo diffuse nel nostro paese, per poi essere chiamato in Firenze “erba Tornabuona”, dalla persona di Crescenzo Tornabuoni, nunzio apostolico, che lo fece conoscere dal 1610 nella città gigliata.

La posizione della Chiesa nei confronti del tabacco, che agli inizi veniva soprattutto masticato o fiutato, fu all’inizio di proibizione assoluta. Urbano VII (1590) scomunicava chi fiutava tabacco e ancora nel seicento Innocenzo XII (1691-1700) faceva perquisire i fedeli in chiesa e sequestrare le scatole che lo contenevano. Poi la scomunica nel settecento fu tolta e Benedetto XIII (1724-1730) ne faceva tranquillamente uso personale. I governi dei vari stati capirono presto che stabilire un monopolio sulla produzione e vendita del tabacco avrebbe fruttato una notevole entrata per le casse statali, per cui nel 1637 a Napoli, nel 1645 nel Granducato di Toscana e quindi a Venezia si stabilì un regime di monopolio statale sul tabacco. Anche lo Stato Pontificio sulla fine del ‘600 fece istituire una fabbrica statale di tabacco a Ferrara.

Del tabacco si apprezzarono in un primo tempo soprattutto le proprietà terapeutiche, tanto che veniva venduto dagli speziali, anche se si metteva in guardia dagli effetti indesiderati dovuti all’abuso o al cattivo uso dello stesso:

“Il tabacco in polvere, tirato su pel naso, come uno sternutatojo estrae l’umido e le flemme dal capo. Si prende da molti anche in picciole pallottole piuttosto lunghette, che si cacciano su pel naso e che producono assai buoni effetti, attraendo buona parte di acqua o pituita, scaricando il capo, risolvendo i catarri e rendendo libero il respiro, poiché le parti sottili del tabacco, portate in ispirando nella trachea, e nei polmoni, vi sciolgono gli umori peccanti che vi stanno attaccati e promuovono la spettorazione. Alcuni hanno lasciato tutta la notte tali pallottole di tabacco nel naso, ma la mattina vegnente hanno dovuto soffrire del vomito. Un’altra cagione che condanna questa applicazione si è che indebolisce la vista. Il tabacco poi, preso semplicemente in polvere, ma smoderatamente, pregiudica all’odorato, diminuisce grandemente l’appetito e col tempo dà origine alla tisichezza”.

La lavorazione del tabacco richiedeva, oltre che manodopera, una notevole cura ed attenzione. Scrive il Lastri: “Oltre l’utile che si può ottener dal tabacco come semplice prodotto della terra, vi à pur quello che gli accresce la manipolazione. Staccata che sia la foglia, la principale operazione consiste in ridurlo in polvere, in qualunque maniera si faccia; giacché far si suole tanto col macinarlo a piccola o grossa macina, quanto col pestarlo o batterlo, e col grattarlo o raparlo filato e ridotto in bastoni. Ma l’artifizio maggiore è quello della scelta delle diverse bontà di foglia, della stacciatura diligente e della proporzionata fermentazione, affine di ottenerne tabacchi di più e diverse classi, fine, mezzano ed inferiore. Finalmente nuovo e particolare studio si richiede nel ridurlo alla foggia delle conce più accreditate dalle straniere, imitandone la forza, l’odore, il colore, e la grana; in che variano assaissimo e posson anche variar di più nella pratica, i metodi e le ricette...”.

Una rinomata fabbrica di tabacco, come si legge negli Atti dell’Accademia del Cimento, sorse proprio a Poggibonsi verso la metà del sec. XVII. Ne abbiamo alcune testimonianze storiche.

La prima ci è offerta da un prete cattolico inglese, Richard Lassels, viaggiatore del seicento, che visitò l’Italia cinque volte, tra il 1637 e il 1668.

Durante uno di questi viaggi arrivò di notte a Poggibonsi, che descrisse come “una piccola città”, famosa appunto per il suo tabacco in polvere, così profumato che non occorrevano pipe, in quanto dava piacere soltanto ad annusarlo. Scrive il Lassels nel suo diario di viaggio:

“…da qui, passando attraverso San Casciano, arrivammo a notte a Poggibonsi, una piccola città famosa per il suo tabacco in polvere, che gli Italiani e gli Spagnoli usano più frequentemente di noi, non essendo necessari né candela, né acciarino o pietra focaia per accenderlo, né l’uso di altra pipa che il proprio naso…”.

Mentre il Lassels sembra apprezzare alquanto il tabacco poggibonsese, non altrettanto generosa è l’altra testimonianza, che troviamo in un passo del ditirambo intitolato “Fiori d’arancio” di Lorenzo Magalotti, che scrive:

“…Io ch’ogni giorno insacco

la mia libbra di tabacco,

non di quel ch’a tutti i gonzi

(oh, sciocchezza sopraffina!)

gabellar fa Poggibonzi,

ma del fino ed impalpabile

che ‘l bel rio Guadalquivir

qual non venne mai d’Ofir

manda ai nasi oro fiutabile…”

La valutazione negativa del Magalotti è smentita da quello che scrive l’Imbert, il quale, raccontando la vita dei fiorentini nel seicento, osserva che “i ganimedi e le dame, in tabacchiere d’oro e d’argento, talora tempestate di gemme, tenevano il tabacco di Poggibonsi in polvere, che pare fosse il migliore di Toscana.. e lo fiutavano allegramente…”. Il tabacco di Poggibonsi, si legge ancora in altro testo, era di “color gialletto, e di grana simile a quello detto di S.Cristoforo, ma d’un odore e d’una volatilità penetrantissima”.

Anche un altro viaggiatore del seicento, Henry Van Bulderen, che scrive in francese, nota, passando per Poggibonsi, che la città è “rinomata per il suo tabacco”.



(Da Burresi-Minghi “Poggibonsi dalla distruzione di Poggiobonizio al ‘700”)

Franco Burresi

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Pubblicato il 11 gennaio 2022

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