Poggibonsi e la riforma religiosa leopoldina

Tra vescovi investigatori e frati malauguranti, mondani o maneschi

 FRANCO BURRESI
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Tra i sovrani illuminati del tempo Pietro Leopoldo fu, in qualità di granduca di Toscana, sicuramente uno dei più coraggiosi nel portare avanti il programma di riforme ed uno dei più attenti alle necessità del territorio amministrato.

Tra le tante riforme attuate, o almeno tentate, ci fu anche quella che riguardò la sfera religiosa, sia sotto l’aspetto giurisdizionalistico (abolizione dell’Inquisizione, della Compagnia di Gesù, dell’immunità fiscale, limitazione della manomorta ecclesiastica), sia sotto quello dottrinale e organizzativo. Accogliendo alcune tesi giansenistiche del tempo, Pietro Leopoldo favorì l’autonomia delle chiese locali e la superiorità dell’autorità del concilio ecumenico rispetto a quella del papa. Ma il tentativo di riforma riguardò anche l’abolizione di molti enti religiosi ritenuti inutili, la riforma di altri ordini religiosi, la semplificazione del culto e il divieto di venerazione delle reliquie. Fu un tentativo di scindere religione e superstizione, riconducendo la prima alla sua sostanziale natura. In questo tentativo trovò l’appoggio del vescovo di Pistoia Scipione de’ Ricci e pure di quello di Colle, Niccolò Sciarelli. Quest’ultimo viene definito da Pietro Leopoldo uomo “di limitato talento e sapere, ma uomo da bene, galantuomo, onesto, moderato e prudente, pieno di rispetto per il governo, che adempisce esattamente ai doveri del suo ministero”.

A Poggibonsi una prima scossa di riforma si ha nel 1774, quando il Granduca spedisce in esilio, non si sa per quale motivo, fuori del Granducato, il proposto Jacopo Alessi, cui viene accordata una pensione, ma per il quale non si transige sul fatto dell’esilio. Quindi, nel 1782, viene soppresso il convento degli Agostiniani, che vengono mandati al convento di S. Antonio al Bosco. L’anno dopo è soppresso però anche quel convento, i cui beni sono utilizzati per sostenere l’Ospedale S. Lorenzo di Colle.

I beni del convento degli Agostiniani di Poggibonsi vengono venduti all’asta. Luigi del Re compra i locali e ne ricava appartamenti e magazzini. Il resto dei beni confluisce in una cassa detta Ecclesiastico, che serve per mantenere i 4 cappellani addetti alle funzioni della chiesa di S. Lorenzo. Nel 1784 (?) è chiusa la chiesina di S. Maria a Casagliola ed anche il convento dei frati di S. Lucchese viene definito da Pietro Leopoldo “inutile”, anche se per il momento viene lasciato al suo posto. Anche le varie e numerose Compagnie religiose vengono soppresse, come pure la Compagnia del SS. Sacramento di Staggia. Nella Collegiata vengono rimossi tutti gli altari minori, secondo il volere di Scipione de’ Ricci, che vuole un solo altare per chiesa. Pietro Leopoldo cerca, nel suo tentativo di riforma, di fare leva sui parroci, meno implicati nel maneggiare denaro e più conformi allo stile di vita evangelico.

Ma la riforma leopoldina trova resistenza, soprattutto a S. Lucchese, dove un certo frate Venceslao è accusato di essere in corrispondenza con il clero tradizionalista e reazionario di Prato e di Roma e soprattutto di essere l’autore di una sorta di iscrizione sepolcrale in latino nella quale augura la morte e la fine tra gli eretici del vescovo Scipione de’ Ricci e di tutti i riformatori. (Scipio de’Riccis, ecclesiae pistoiensis et pratensis fortuito episcopus…hic jacet, utinam cum novatoribus).

Tale iscrizione viene trovata dentro un libro che un frate del convento si è fatto prestare da tale Venceslao.

Finita nelle mani dello Sciarelli, questi, rivelandosi abile investigatore oltre che vescovo, chiede al padre Venceslao alcune informazioni su un certo frate Jacopo, noto per le sue frequentazioni mondane. Lo scopo, più che di avere informazioni su tale frate, del cui comportamento lo Sciarelli è già al corrente, è in realtà quello di verificare se la calligrafia corrisponde a quella dell’iscrizione sepolcrale. In effetti i caratteri collimano perfettamente, così lo Sciarelli chiede al Granduca di comandare al Provinciale degli Osservanti di rimuovere dal convento il frate Venceslao, cosa che infatti avviene. E’ l’agosto del 1788.

Lo Sciarelli invece non riesce a proteggere un altro frate del convento, tale fra’ Pellegrino, favorevole alle riforme, ma di carattere un po’ focoso e pronto a venire alle mani con gli altri confratelli.  Lo Sciarelli cerca di giustificarlo con il fatto che il frate, definito un “forte galantuomo”, non sopporta “la poco buona disciplina” che si osserva nel convento e il “fanatico impegno di contraddire  a tutto ciò che il Vescovo di Colle ha creduto prescrivere per una più soda e illuminata devozione”. Questa volta è il Provinciale dei frati ad avere la meglio e fa trasferire il frate manesco in altro convento.

Nel 1790 Pietro Leopoldo lascia la Toscana per la carica imperiale e la riforma religiosa si ferma lì, con la sottomissione anche del vescovo di Pistoia Scipione de’ Ricci alle autorità ecclesiastiche romane.



(V. Burresi - “La croce e l’albero” e Burresi-Minghi “Poggibonsi al tempo di Pietro Leopoldo, Napoleone e Garibaldi”)

Franco Burresi

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Pubblicato il 6 dicembre 2021

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