Poggibonsi e le sue donne: la locandiera all'occorrenza e patriota a sua insaputa

Con questa lettera Garibaldi arrivò, la mattina verso le otto del 27 agosto 1849, a Poggibonsi

 FRANCO BURRESI
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La difesa della Repubblica Romana del 1849 segnò sicuramente una delle pagine più belle e gloriose del nostro Risorgimento. Lì accorsero a dirigere le operazioni di governo e di guerra Mazzini, Garibaldi e Pisacane. Lì trovarono la morte patrioti come Luciano Manara o Goffredo Mameli, autore del nostro inno nazionale. Lì fu promulgata, quando ormai la repubblica stava cedendo alle superiori forze francesi del generale Oudinot, una moderna Costituzione che prevedeva, tra le tante cose, anche il suffragio universale.

Una volta compreso che ogni resistenza sarebbe stata vana e accingendosi quindi a firmare la resa, molti patrioti cominciarono a fuggire e disperdersi. Molti altri tentarono, attraverso la Toscana e la Romagna, di raggiungere Venezia, che ancora resisteva agli Austriaci, per dare man forte agli insorti della città lagunare. Parecchi di loro caddero però preda degli Austriaci durante il percorso e furono fucilati senza pietà, come il capopopolo Ciceruacchio, al secolo Angelo Brunetti, con suo figlio Lorenzo, appena tredicenne, o il prete Ugo Bassi, o il capitano Livraghi. Garibaldi riuscì ad evitare la cattura, ma, dopo aver perso, come noto, la moglie Anita nei pressi di Ravenna, non poté mai raggiungere Venezia, braccato come una preda dagli Austriaci. L’unica via di salvezza era per lui cercare di passare l’Appennino e, attraverso la Toscana, raggiungere la Maremma, dove imbarcarsi poi per il Regno di Sardegna. La fuga di Garibaldi sarebbe stata impossibile senza l’aiuto di una catena di patrioti che, di tappa in tappa, scortarono l’eroe dei due mondi verso la salvezza, fino a Cala Martina, vicino Follonica.

Uno di questi fu Enrico Sequi, giovane ingegnere, che Garibaldi incontrò al Molino di Cerbaia, presso Vaiano. Il Sequi consegnò a Garibaldi una lettera per il prof. Pietro Burresi di Poggibonsi, noto medico nonché patriota e suo amico, nella quale pregava il dottore poggibonsese di procurare una vettura perché due “profughi” potessero continuare il viaggio senza incorrere in rischi. Con questa lettera Garibaldi arrivò, la mattina verso le otto del 27 agosto 1849, a Poggibonsi. In paese circolavano soldati austriaci mandati a sedare gli ultimi fuochi del ’48 e a dare la caccia ai reduci della Repubblica Romana. Per questo motivo la vettura con il Garibaldi e il suo amico, il capitan Leggero (al secolo Giovan Battista Culiolo, vecchio compagno di avventura dai tempi delle campagne in Sudamerica), si fermò poco prima dell’abitato, presso la casa di Giuseppa Bonfanti, sposata con tale Serafino Pucci.

La casa della Bonfanti non era una vera locanda, ma, data la posizione appena fuori il paese, ospitava spesso viandanti di passaggio. Quando la carrozza si fermò, un bambino della Bonfanti accorse curioso ad osservare i forestieri. Garibaldi gli chiese se era possibile riposare e rifocillarsi un po’ in casa. Il bimbo corse dalla madre e questa fece entrare i due viaggiatori, mentre il vetturino, sistemato il cavallo nella stalla, andava in paese in cerca del prof. Pietro Burresi per recapitare la lettera.

Nell’attesa Garibaldi chiese alla donna se fosse possibile mettere qualcosa sotto i denti. Lei sarebbe voluta andare in paese a procurarsi delle provviste, ma Garibaldi la pregò di non scomodarsi e di cucinare quello che aveva. Così la Bonfanti si mise a cuocere delle uova. Nel frattempo la sua bimba di tre anni circa “attratta dalla fisionomia simpatica e dai modi benevoli dello straniero” (così ci narra Guelfo Guelfi, cronachista della fuga di Garibaldi), gli si avvicinò e Garibaldi la prese in collo facendole vari complimenti e accarezzandola come una figlia. La Bonfanti, che vide la scena con la coda dell’occhio, avrebbe voluto rimproverare la figlia, credendo che questa stesse dando fastidio ai due ospiti, ma Garibaldi la rassicurò dicendole che invece le faceva piacere giocare con lei. Intanto il Burresi, letta la lettera, aveva provvisto a mandare a casa della Bonfanti una carrozza guidata dal giovane vetturino e patriota poggibonsese Nicola Montereggi, affinché i due “profughi” (così li aveva definiti il Sequi nella lettera) potessero proseguire il viaggio. Garibaldi e il capitan Leggero ricompensarono la donna dell’ospitalità e, saliti sulla nuova vettura, lasciarono Poggibonsi diretti verso la Maremma. Nell’attraversare il paese passarono proprio in mezzo alle truppe austriache di stanza nella zona dei Fossi (attuale via Trento). Gli Austriaci nemmeno lontanamente si immaginarono che uno di quei due passeggeri che avevano l’aria di mercanti in viaggio fosse proprio la persona cui maggiormente stavano dando la caccia.

Quando, a fuga avvenuta, la Bonfanti venne a sapere chi era quel cortese viandante dalla capigliatura e dalla barba biondiccia che aveva ospitato, ripose nella vetrina le stoviglie e il bicchiere di cui Garibaldi si era servito e le tenne lì, “come una santa reliquia”.

Diciotto anni dopo, il 19 agosto 1867, quando ormai il Regno d’Italia era costituito da un pezzo, Garibaldi passò di nuovo dalle nostre parti, alla ricerca di volontari per andare alla conquista di Roma, ultimo tassello mancante al completamento dell’unità d’Italia. Transitò quindi di nuovo da Poggibonsi e volle rivedere ed incontrare quella donna che era stata tanto ospitale con lui. Andò a trovarla e notò con piacere che la bambina che lui aveva tenuto in collo al primo passaggio era diventata una ragazza, alta, di più di venti anni.  Lui la baciò sulla fronte, in ricordo di quel primo incontro del 1849. Poi proseguì nella sua missione.

Franco Burresi

Nelle immagini: il passaggio di Garibaldi tra le truppe austriache a Poggibonsi nel 1849 e il secondo passaggio nel 1867 (disegni del pittore poggibonsese Carlo Iozzi).

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Pubblicato il 27 agosto 2021

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