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Poggibonsi e Michelangelo Buonarroti

Poggibonsi, aprile 1506 - Michelangelo Buonarroti rincorso e raggiunto nella nostra città dai corrieri del papa Giulio II

 FRANCO BURRESI
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L’episodio ha per protagonisti due personaggi dal carattere molto forte, poco disposti a piegare la testa e a fare da tappeto. Basta raccontare due piccoli aneddoti per rendercene conto, il primo che riguarda il papa Giulio II, l’altro Michelangelo.

Quando nel 1507 Michelangelo realizzò a Bologna una statua bronzea del papa, chiese a quest’ultimo se era il caso di mettere nella mano sinistra della stessa un libro, ma Giulio II rispose che era meglio che ci mettesse una spada, strumento con il quale era più avvezzo, che non le lettere.

Per quanto riguarda Michelangelo, si racconta che quando si accinse, a partire dal 1535, a dipingere il Giudizio Universale per il papa Paolo III Farnese, il cerimoniere del papa, certo Biagio da Cesena, ebbe a dire che tale dipinto, visti i nudi che presentava, si adattava più ad una taverna che ad una cappella, criticando a più riprese l’opera dell’artista.

Bene, Michelangelo si vendicò non a parole, ma con il pennello, dipingendo tale cerimoniere nello stuolo dei dannati all’inferno, nella veste di Minosse, con le orecchie di asino e avvolto dalle spire di un serpente.

Il fatto che riguarda la nostra Poggibonsi  ci è narrato da Giorgio Vasari e da altri cronachisti. Come noto, nel 1505 Michelangelo venne chiamato a Roma dal papa Giulio II Della Rovere, il cosiddetto “papa guerriero”, perché mettesse mano alla realizzazione, per lui, di una tomba monumentale, superiore per splendore a quella di ogni altro sovrano. Ma i rapporti tra i due furono, almeno per un certo tempo, burrascosi, visti i rispettivi “caratterini”.

Dunque, per la realizzazione dell’opera commissionatagli, Michelangelo fece venire a Roma una quantità notevole di marmi da Carrara. Dovendo pagare ai trasportatori un carico di questi, provò a rivolgersi al papa, ma essendo quest’ultimo occupato in altri affari, dovette quindi anticipare i denari di persona.

Giorni dopo, il 17 aprile 1506, provò a bussare di nuovo alla porta del papa per avere il rimborso, ma un palafreniere lo fermò sulla soglia in malo modo, dicendogli che aveva avuto l’ordine di non farlo passare. Al che Michelangelo rispose al palafreniere che riferisse al papa che se aveva ancora bisogno di lui lo cercasse in altro luogo. Detto questo, se ne tornò a casa, dette ordine ai servitori di vendere tutte le sue cose ai giudei e se ne partì alle due di notte di corsa verso Firenze.

Si fermò a Poggibonsi, sentendosi ormai in luogo sicuro, ma qui lo raggiunsero cinque corrieri del papa mandati al suo inseguimento con il compito di riportarlo a Roma.  Michelangelo non cedette, però, né alle lusinghe né alle minacce, e consegnò ai corrieri del papa due righe scritte per lo stesso in cui sosteneva di essere stato trattato in una maniera che non si meritava e che quindi si sentiva sciolto da ogni vincolo. In seguito Michelangelo dichiarò che temeva di essere addirittura ucciso, ma non si sa né perché, né da chi.

Michelangelo, lasciata Poggibonsi, se ne tornò quindi a Firenze, dove arrivarono ben tre missive del papa dirette alla Signoria fiorentina per invitare la stessa a rispedire l’artista a Roma. Temendo una vendetta del papa, il nostro progettò a quel punto  di partire per Costantinopoli, dove il sultano lo aveva invitato perché realizzasse un’opera mastodontica: un ponte sul Bosforo, che collegasse Costantinopoli e Pera.

Ma Pier Soderini, gonfaloniere di Firenze, fece notare a Michelangelo che, sfidando il papa a tal segno, lui aveva fatto quello che nemmeno il re di Francia avrebbe osato fare e lo convinse a mettersi di nuovo a disposizione del papa chiedendone il perdono, onde evitare a Firenze un possibile conflitto armato con lo stesso. E così Michelangelo partì alla volta di Bologna, dove si trovava  in quel momento il papa. Racconta il Vasari che Giulio II, prima di concedergli il perdono, lo apostrofò così:

- In cambio di venire tu a trovar Noi, tu hai aspettato che venghiamo a trovar te? – alludendo al fatto che Bologna si trovava  a minor distanza da Firenze che Roma….

Si racconta anche che in quell’occasione un vescovo lì presente si sia rivolto al papa dicendogli che gli uomini d’arte, al di là di quello che sanno fare come artisti, sono ignoranti, per cui possono, per questa loro ignoranza, essere perdonati. Il papa pare si sia infuriato a quel punto con il vescovo, dicendogli che l’unico ignorante era lui, il che dimostra la stima che aveva, nonostante i diverbi, per Michelangelo.

(V. anche Burresi-Minghi - “Poggibonsi dalla distruzione di Poggiobonizio al ‘700”)

Franco Burresi

Nelle immagini: una  miniatura del 1620 di Jacopo Vignali che raffigura Michelangelo raggiunto a Poggibonsi dai messi del papa Giulio II; Michelangelo incontra a Bologna il papa Giulio II il quale allontana con il bastone il vescovo presuntuoso (da A.Gotti: “Vita di Michelangelo Buonarroti” - Firenze 1875).

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Pubblicato il 29 gennaio 2022

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