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Poggibonsi e una festa finita male

Doveva essere una bella serata quella del 7 febbraio 1773. Il signor Giuseppe Martucci, a Poggibonsi, dopo una cena tra amici, aveva organizzato un bel ritrovo in casa

 FRANCO BURRESI
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Doveva essere una bella serata quella del 7 febbraio 1773.

Il signor Giuseppe Martucci, a Poggibonsi, dopo una cena tra amici, aveva organizzato un bel ritrovo in casa, per festeggiare il carnevale e ballare il trescone in compagnia di gente del paese. Per l’occasione era stato invitato a cena anche Giuseppe Frilli, vetturino, ma violinista ad avanza tempo, che era solito allietare con il suo strumento le feste che si facevano ovunque, a Poggibonsi.

Finita la cena, la casa del Martucci si anima e si riempie di gente, pare una quarantina di persone. La porta è aperta a tutti quelli che vogliono divertirsi e passare qualche ora in allegria. La musica inizia, il violino dà il tempo e la gente, uomini soprattutto, ma anche un bel gruppetto di donne e ragazze, tra cui certe Cristina Frilli e Caterina Vanni, comincia a ballare.

Si ride, si scherza, si fanno battute, ma ecco che verso le undici “alla francese” (in Toscana da poco si erano cominciate a contare le ore del giorno dividendole in dodici antimeridiane e dodici pomeridiane) appaiono sulla soglia del salone alcune facce ombrose, poco rassicuranti. Si tratta di Silvestro Borghesi e Francesco Tucci, garzoni di posta a Poggibonsi, un tale detto “Paperino”, garzone di posta a Barberino, Filippo Simoncini di Castelfiorentino, Antonio Sabatini, oste a Poggibonsi, ma soprattutto Giuseppe Marchetti, detto “Baco”, vetturino poggibonsese, tipo sanguigno, poco rispettoso delle leggi del granducato e cliente abituale delle patrie galere.

Il violino si interrompe, poi riprende, ma la musica non è fluida, si inceppa, lascia qualche stonatura. Il Frilli li ha riconosciuti. Sono gli stessi attaccabrighe cui lui ha impedito di accedere ad una festa che si era tenuta qualche tempo prima, che se la sono legata al dito e che ora vogliono vendicarsi di lui. La gente smette di ballare, gli energumeni iniziano a sbeffeggiare il violinista e i presenti, ragazze comprese, le quali si attaccano alla parete, ammutolite.

Partono quindi le ingiurie rivolte al violinista: “birba buggerona” e “baron fottuto” sono le più clementi, poi si passa alle minacce, perfino di morte. Uno afferra un manico di accetta, un altro si fa consegnare un coltello dalla moglie del Martucci; un colpo ai lumi e la stanza piomba quasi nel buio. Le ragazze urlano e piangono. Uno dei bellimbusti raggiunge il Frilli con un pugno tra capo e collo. Questi, vistosi a mal partito, molla l’amato violino e, afferrato un lume ancora rimasto acceso, si dirige in un’altra stanza e si getta da una finestra che dà sul retro dandosi alla fuga.

Una ragazza, Cristina Frilli, si interpone sbarrando la strada a quello con il coltello gridando: "Rispettate almeno me!" e ne rimedia una ferita alla mano. Ѐ un fuggi fuggi generale, chi scappa di qua, chi di là. In casa restano solo il Martucci, con la moglie e il figlio, e la Frilli.  Anche gli assalitori, soddisfatti, a quanto pare, dell’impresa, se ne vanno. In terra restano alcuni cocci, sedie rovesciate, il violino, che non suona più. Fine di una festa.

Pietro Leopoldo nei suoi due passaggi dalla Terra di Poggibonsi, effettuati nel 1767 e nel 1787, annota in entrambe i casi nei suoi appunti di viaggio il carattere rissoso del popolo poggibonsese, specie dei suoi vetturini. Come dargli torto?

Franco Burresi

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Pubblicato il 13 marzo 2022

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