Poggibonsi, i suoi mulini, i suoi mugnai (sec. XIII/XIX)

Nel '700 a Poggibonsi alcuni vecchi mulini erano ormai scomparsi. Ne erano rimasti soltanto 4, dopo che nel '600 era andato perso, portato via da una piena dell’Elsa, il mulino di Pian de' Campi

 FRANCO BURRESI
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Capita a volte di leggere in qualche testo scolastico che il mulino ad acqua fu una delle tante novità introdotte a partire dall’anno mille. In realtà esisteva fin dall’antichità, se Vitruvio nel suo “De Architectura” del 25 a.C. ce ne fa una descrizione minuziosa, con tanto di ruote e ingranaggi. Dopo il mille si ebbe, è vero, una grande diffusione di tali mulini, come pure, in certe zone europee, di quelli a vento, in conseguenza dei dissodamenti e della messa a coltura di vaste zone prima incolte e del parallelo incremento demografico. Di mulini ad acqua ne furono costruiti di tre tipi: sui margini dei fiumi, con la ruota a pale a pescare dentro la corrente del fiume stesso o di una deviazione creata allo scopo; ancorati a piattaforme galleggianti sul fiume e infine i mulini a marea, che, nel nord-Europa, sfruttavano i forti dislivelli del mare dovuti, appunto, alle maree. La ruota idraulica non servì solo però a macinare prodotti agricoli, cereali in primo luogo, ma fu applicata a tutta una serie di altre lavorazioni, dalla follatura della lana, alla tagliatura del legno o addirittura del marmo. A Brenna fino agli anni ’70 del secolo scorso esisteva, ad esempio, una segheria di marmo che utilizzava proprio l’energia sprigionata da una ruota idraulica.

In epoca feudale sui mulini esistenti vigeva di solito il diritto di banno, esercitato da feudatari o ricche abbazie; non si poteva cioè macinare se non al mulino padronale, pagando, ovviamente, un tributo in natura.

Con l’avvento della società comunale la proprietà dei mulini divenne più diversificata e ai privati si affiancarono i Comuni, che tendevano spesso ad accaparrarsi diritti sui mulini o addirittura la piena proprietà, così da far fronte alle necessità di approvvigionamento della cittadinanza. Fu per questo motivo che il comune di Poggibonsi, appena ricostruito in pianura, già sulla fine del duecento, acquistò vari mulini esistenti sul fiume Elsa in località chiamata allora Poggiosecco. Nel 1305, secondo Augusto Codogno, il comune di Poggibonsi possedeva ben 23 palmenti di mulini sul fiume Elsa (i mulini potevano avere due, ma spesso anche 4 palmenti). Nel 1333 i mulini di Poggibonsi macinarono anche per soccorrere Firenze, devastata dalla storica terribile alluvione, una Firenze in ginocchio e senza viveri, tanto che il rimatore Antonio Pucci qualche tempo dopo nei suoi versi riconobbe che i fiorentini avrebbero dovuto “mantenerli sempre per amici” i poggibonsesi e non avrebbero dovuto dimenticare quello che avevano fatto per loro.  Anche il Comune di Poggibonsi cercò di trarre vantaggi dai propri mulini. Nel nuovo Statuto del 1332 fu stabilito che la spremitura delle olive si facesse nel territorio comunale e che per la lavorazione della lana ci si servisse esclusivamente dei mulini dell’Elsa a Poggiosecco.

Con la crisi dei Comuni e il passaggio alla società signorile molti mulini vennero acquistati da privati. Nel ‘400, ad esempio, il cosiddetto Mulino Nuovo, a 4 palmenti, sull’Elsa era di proprietà del ricco mercante fiorentino Bongianni Gianfigliazzi. Possedere un mulino era certo fonte di guadagno, ma talvolta i mulini potevano essere sottoposti ai danneggiamenti dovuti alle piene dei fiumi. Basti pensare, a questo proposito,  alle vicende narrate da Riccardo Bacchelli nel suo capolavoro “Il mulino del Po”. Peggio ancora, talvolta i mulini erano preda di guerra. Lo stesso Gianfigliazzi  lamentava  infatti che il suo Molino Nuovo, in occasione dell’impresa del Duca di Calabria del 1479 nel nostro territorio, era andato praticamente perso.

I proprietari spesso davano in locazione i mulini a mugnai. La professione del mugnaio era piuttosto ambita e di prestigio, pur essendo una professione sostanzialmente manuale. In genere al mugnaio spettava per consuetudine 1/16 del materiale macinato, grano o altro che fosse, che non era poco. La sua funzione era sottoposta a regole precise e al giuramento di fronte alle autorità di esercitare la propria attività in maniera onesta, senza barare sia sulla quantità che sulla qualità del prodotto. Ma ogni tanto qualcuno riusciva ad aggirare le regole, tanto che i mugnai erano visti spesso con diffidenza dai contadini, che ritenevano sempre di essere truffati in qualche modo dai mugnai. Questi ultimi a volte anticipavano la farina negli anni di carestia e si facevano ripagare poi con gli interessi in quelli di abbondanza. Si trattava di una professione particolare, che faceva da intermediazione tra produttori e consumatori. Era, il mugnaio, a suo modo, un piccolo imprenditore; accusato spesso di arricchirsi alle spalle dei clienti, c’è da considerare tuttavia che doveva sobbarcarsi anche molte spese per la manutenzione e la riparazione del mulino. Nella sua “NovelIa del Mugnaio” Chaucer ne mette in evidenza una certa  dabbenaggine, ma in realtà il mugnaio era un tipo, di solito, che sapeva fare bene i suoi affari. In una novella dei fratelli Grimm, non a caso,  un mugnaio fa credere al re che la sua figlia è capace di filare la paglia ricavandone fili d’oro e riesce quindi a farla diventare regina. Il mugnaio era tenuto d’occhio anche per le sue idee, come ci informa lo storico Carlo Ginsburg nel suo libro “Il formaggio e i vermi”, in cui racconta la storia, vera e documentata, di un mugnaio, certo Menocchio, che  viene inquisito e poi giustiziato per le parole pronunciate, ritenute eretiche.  Il mulino era infatti  anche luogo di incontro, dove la gente, in attesa della macinatura, parlava, discuteva, si scambiava pareri e questo giustificava l’attenzione delle autorità verso la professione del mugnaio. Del resto, per restare a Poggibonsi, è proprio un mugnaio, Francesco Marri, che troviamo presente, insieme allo speziale Del Zanna e al Marmocchi, alle prime riunioni mazziniane segrete negli anni trenta del sec. XIX.

Nel ‘700 a Poggibonsi alcuni vecchi mulini erano ormai scomparsi. Ne erano rimasti soltanto 4, dopo che nel ‘600 era andato perso, portato via da una piena dell’Elsa, il mulino di Pian de’ Campi. Quelli rimasti erano i seguenti:

il Mulino della Caduta, presso Staggia, di Angelo Ticci, a 2 palmenti

il Mulino di Romituzzo, dello Spedale di S.M.Nuova, a 2 palmenti

il Mulino della Porta di Sotto, di Francesco Muzzi, prima a 1, poi a 2 palmenti

il Mulino Nuovo, del Sesti Cavalcanti, sull’Elsa, a 5 palmenti, il migliore in assoluto.

Quest’ultimo era anche il più affidabile, in quanto costruito sull’Elsa, corso d’acqua che non andava in secca nemmeno nelle estati più aride. Nel 1820, racconta infatti Clemente Casini, tutti i fiumi si seccarono e l’unico mulino che poteva macinare ancora era appunto il Molino Nuovo, che macinava per Poggibonsi, ma perfino per paesi lontani. Secondo una ricognizione del prefetto del 1867, erano presenti a tale data a Poggibonsi 5 mulini:

il Mulino del Marri, sull’Elsa, a 5 macine, presso lo “Straboccatoio”

il Mulino Nazionale del sig. Cappelli, ex- Mulino Nuovo, sempre sull’Elsa

il Mulino di Romituzzo, sullo Staggia, dei Da Cepparello

il Mulino della Caduta, di Benvenuto Ticci

il Mulino di Staggia, di Ippolito Venturi-Ginori

Ancora Riccardo Bacchelli ci racconta nel suo romanzo la reazione dei mugnai all’introduzione della tassa sul macinato del 1868 e all’imposizione agli stessi di installare dei contatori sugli alberi dei mulini, al fine di verificare la quantità del prodotto macinato ed esigere poi la relativa giusta imposta. Qualcosa del genere avvenne anche a Poggibonsi, dove i mugnai si rifiutarono di macinare, cosicché il prefetto invitò il sindaco ad intervenire per convincere i proprietari dei mulini a macinare e, in caso di rifiuto, a requisire i mulini facendo macinare per mezzo di propri agenti.


Franco Burresi

Nelle immagini: il Mulino di Romituzzo (da un cabreo del ‘700 dell’Ospedale di S.M. Nuova del 1771); la pianta di un mulino sull’Elsa posto nel comune di Colle e gestito dal mugnaio di Poggibonsi Giuseppe Marri (anno 1781).

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Pubblicato il 25 settembre 2021

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