Prima dell'approccio alla fotografia c'è un approccio alla vita e alla cultura. Intervista a Ferruccio Malandrini

Durante una mattinata a Firenze abbiamo intervistato Ferruccio Malandrini, fotografo nato a Colle di Val d’Elsa nel 1930 e adesso residente nel capoluogo toscano. Chiacchierando seduti nel suo studio è stato possibile ripercorrere anni di storia, partendo dal secondo dopoguerra. «Io oggi ti parlerò di cose avvenute cinquanta, sessanta, ma anche settanta anni fa», ha detto, e ha iniziato a raccontare, partendo dal primo avvicinamento al mondo del cinema e di riflesso, anche a quello della fotografia

 FIRENZE
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Negli anni ‘20 nascono in Italia i primi Cine Club, associazioni culturali animate dai giovani, finalizzate allo studio e alla diffusione di materiale cinematografico. Durante gli anni del fascismo, queste associazioni furono censurate e la visione di alcuni titoli limitata. «Nel 1948, quando io avevo diciotto anni, c’era un grande fermento per il cinema. Nascevano i Cine Club che io frequentavo. Le riviste, tra cui l’omonima rivista Cinema, erano illustrate e contenevano anche molte foto. Per cui ad un certo punto iniziai ad interessarmi alla fotografia, cominciando con una macchinetta a fare fotografie».

Inizia così ad approcciarsi alla cultura della fotografia, anche mondiale, ma vedendo il lavoro dei grandi autori, «la mia ragione di fare fotografia si spegne subito. In quel momento capisco che la fotografia è una cosa seria, non tanto scattare fotografie agli amici». Dal punto di vista intellettuale, Ferruccio continua a tenersi aggiornato, tramite giornali, riviste e libri fotografici, come quelli di Giuseppe Vannucci Zauli e Alex Franchini Stappo, sull’estetica della fotografia, e Un paese, di Paul Strand e Cesare Zavattini, dedicato ad un paese della bassa Padana. 

Nel 1962, Ferruccio, ormai più che trentenne, compra due macchine fotografiche professionali, una Rolleiflex ed una Contarex. Da quel momento fotografare sarà per lui una pratica quotidiana.
«Questa fotografia è emblematica del mio rapporto con la fotografia nei prossimi vent’anni», e mi mostra l’emblematica fotografia, con la didascalia Siena, Domenica delle Palme, 1962. Due donne ed un uomo escono dalla cripta della Chiesa in San Domenico. Una quarta figura, un signore, suona l’organo appoggiato ad un muretto, chiedendo dei soldi. «Le foto che scatto hanno sempre a che vedere con un lampo, un’immagine che si organizza nella mente. Non mi sono mai preoccupato della cronaca. Io faccio una fotografia per così dire impressionista, per cui tutto dipende molto dal mio stato d’animo e da ciò che vedo ed interpreto immediatamente. Il significato della fotografia non sta tanto nello scattare quanto in quello che continua a suscitarmi anche subito dopo. Se non sento più nessuna emozione, quella foto non verrà utilizzata».

Da quella Domenica delle Palme del 1962 Ferruccio Malandrini non si è più separato dalla macchina fotografica, a tal punto che a Siena veniva indicato come quello con la macchina fotografica.

Nel 1958 lascia la città del Palio per andare a lavorare per un breve periodo in Francia, dove scatta soltanto due fotografie ma di cui è molto fiero. Quando torna a Siena inizia a scattare anche per alcuni giornali politici, tra cui quelli di stampo repubblicano e quelli legati al Partito Comunista Italiano. Nel 1967 esce il primo numero del giornale Nuovo Corriere Senese, finanziato dal Partito Comunista Italiano. «Durante il periodo di elezione, i Partiti preparavano dei giornaletti ad hoc per le elezioni, illustrati, ed io facevo delle foto per la propaganda. Svolgevo anche altri lavori su commissione, come scattare fotografie alle famiglie dei medici durante il periodo in cui lavoravo all’Ospedale. Andavo in casa loro, li mettevo in posa e facevo loro il servizio, come si diceva».

Nel 1964, Ferruccio si sposta a Milano per nove mesi e lì ha la possibilità di lavorare nel laboratorio fotografico de L’Unità. «Inizialmente utilizzavo il laboratorio come un ospite, poi cominciai a lavorare proprio per il giornale. In più scattavo foto per Vie Nuove, altra rivista legata al PCI».

Dal 1968 al 1980, anno in cui si sposta a Firenze, Ferruccio si lega allo studio fotografico senese di Mario Appiani, il laboratorio a cui facevano capo molti dei fotografi interessati al Palio di Siena.

Quando nell’agosto del 1964 muore Palmiro Togliatti, Segretario del PCI, Ferruccio si reca a Roma per i funerali. «Lì scattai tante foto, dieci delle quali vennero esposte alla festa dell’Unità di Bologna nel settembre del ‘64».

Nel 1974, a dieci anni dalla morte del maggiore esponente del PCI, gli viene commissionato l’allestimento di una mostra per la festa dell’Unità di Siena. «Per il Comune di Siena avevo già organizzato altre mostre, come quella dedicata a Federigo Tozzi, scrittore senese, in occasione dei cinquant’anni dalla morte, e Vincenzo Balocchi, fotografo fiorentino».

Dopo aver sfogliato il volume sulla mostra fotografica Mensano Primo Maggio 1963-1975 e altri lavori sul Palio di Siena, gli chiedo quale sia il ruolo della fotografia oggi. «Il ruolo della fotografia è sempre quello, ovvero illustrare e diffondere. Sono cambiate però le modalità con cui si esplica la fotografia e la sua diffusione. Adesso il libro illustrato arriva molto più tardi».

Dopo avermi donato una rivista «impegnata, come dici tu» e il catalogo della mostra Primo Maggio a Mensano mi dice: «Prima dell’approccio alla fotografia c’è un approccio alla vita e alla cultura. Te intendi la fotografia come un mezzo tecnico, ma dietro c’è molto altro».

Proprio questo ho imparato dalla lunga conversazione con Ferruccio Malandrini. Il mondo della fotografia è un mondo ampio, pieno di sfaccettature e in continua evoluzione. Si può essere fotografi in diversi modi: ritraendo paesaggi o opere d’arte esposte nei musei; immortalando matrimoni di amici o scattando per dei reportage di impronta sociale o politica. Ma alla base di tutto c’è la cultura, con la quale approcciarsi alla fotografia ma anche alla vita. 

Ambra Dini

Pubblicato il 16 luglio 2019

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