Promettevano il permesso di soggiorno in cambio di denaro. Arrestata banda di truffatori

La prima informazione era stata raccolta da un mediatore culturale italiano che aveva ascoltato le rimostranze di un nigeriano, al quale era stato promesso, in cambio di danaro, un permesso di soggiorno da un italiano di 42 anni, con numerosi precedenti specifici per truffa. Questi, vantando falsamente aderenze presso l’ufficio stranieri della Questura, gli aveva promesso un permesso di soggiorno quinquennale in cambio di 1.300 euro (800 euro per un permesso biennale)

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Una banda di truffatori, che aveva preso di mira dei cittadini extracomunitari con false promesse di particolari benefici in cambio di danaro, è stata assicurata alla giustizia (con un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, un obbligo di presentazione alla P.G. e un semplice procedimento penale nei confronti di un terzo soggetto per il quale il GIP Roberta Malavasi non ha rilevato esigenze cautelari). La prima informazione era stata raccolta da un mediatore culturale italiano che aveva ascoltato le rimostranze di un nigeriano, al quale era stato promesso, in cambio di danaro, un permesso di soggiorno da un italiano di 42 anni, con numerosi precedenti specifici per truffa. Questi, vantando falsamente aderenze presso l’ufficio stranieri della Questura, gli aveva promesso un permesso di soggiorno quinquennale in cambio di 1.300 euro (800 euro per un permesso biennale). 

L’accordo non si era poi perfezionato per i dubbi dello straniero sulla correttezza della procedura, visto che l’idea di “comprare” il permesso di soggiorno non poteva certo essere un modello di legalità. Tale primo episodio era stato comunque sufficiente per innescare l’azione dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del lavoro di Siena e di quelli del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale, che prendevano a lavorare fianco a fianco. Lo straniero veniva sentito a verbale, venivano elaborati dei fascicoli fotografici nei quali il nigeriano riconosceva le due persone che avevano trattato con lui. Ma i raggiri non finivano qua, in quanto il millantato credito della banda si riferiva anche ad affermate conoscenze al palazzo di giustizia, come sarebbe emerso successivamente. Emergeva la figura di un albanese al quale erano state promesse delle attrezzature da acquistare all’asta per un’officina meccanica, tramite conoscenze inesistenti presso l’ufficio vendite giudiziarie di Siena. 

L’acquisto a prezzi molto favorevoli avrebbe potuto essere pilotato. Il raggiro era poi particolarmente ben elaborato, con tanto di visita al palazzo di giustizia, attesa dello straniero all’ingresso e giro del truffatore negli uffici giudiziari. L’italiano aveva raccontato di lavorare presso uno studio legale e di avere le conoscenze giuste per raggiungere l’obiettivo. All’uscita avrebbe poi raccontato alla sua vittima di aver combinato tutto, di avere risolto positivamente la questione. Naturalmente così non era. Il desiderio di tanti è poi quello di acquistare una casa all’asta a prezzi stracciati e anche in questo senso l’intermediazione del capo della banda poteva  fornire un ausilio determinante, sempre a pagamento e sempre dietro i buoni uffici delle solite “amicizie” al palazzo di giustizia, naturalmente inesistenti. Il millantatore aveva ancora vantato di poter pilotare l’assegnazione all’asta. Anche in questo caso l’atteggiamento del truffato non costituisce un modello di legalità, ma il reato che emerge preminente è quello della truffa e del millantato credito corruttivo, in particolare del solito 42enne italiano. 

Si tratta di procedimenti inizialmente separati che sono stati riuniti con provvedimento del Procuratore, e della certosina ricerca dei Carabinieri della Sezione di PG presso la Procura, in virtù della continuità dei reati di volta in volta emergenti e del medesimo disegno criminoso che li caratterizzava, oltre che della comunanza dei soggetti attivi. Il fascicolo era stato assegnato al PM Niccolò Ludovici che assumeva il coordinamento dei carabinieri operanti. L’indagine è stata condotta con strumenti tradizionali: audizioni delle vittime e di persone informate sui fatti, individuazioni fotografiche, riscontri sulle dazioni di denaro, e poi tabulati telefonici analizzati per ricostruire i contatti fra le persone e la loro localizzazione in occasione dello svilupparsi di comportamenti delittuosi. 

Stranieri di provenienza diversa andavano pian piano evidenziando nei loro racconti un medesimo modus operandi da parte dei colpevoli: il fatto che essi avessero approfittato della condizione di vulnerabilità degli stranieri per promettere loro dei benefici illeciti, tramite inesistenti contatti con pubblici funzionari, che sono risultati essere all’oscuro di tali vantate macchinazioni. È verosimile che truffe e tentativi di truffa possano essere stati di più, ma che nessuno abbia denunciato la cosa. Si attendono possibili denunce.

Pubblicato il 21 dicembre 2018

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