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Quali segni ha lasciato (e lascerà) il covid sulle nostre coscienze

Che effetti ha avuto il coronavirus sulla nostra coscienza personale e collettiva? Abbiamo intervistato la nostra Giulia Lotti, psicologa che cura la rubrica Una stanza tutta per sé qui su Valdelsa.net

 GIULIA LOTTI
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Qualcuno ha detto che il covid ci avrebbe resi migliori..

Come qualsiasi evento stressante e dirompente, l’emergenza sanitaria ha imposto di rivedere la scala delle nostre priorità e abitudini, attribuendo magari maggior valore a persone o situazioni significative. Viceversa, ha spesso aiutato ad elaborare una presa distanza da ciò che non ci rispecchiava realmente ma veniva portato avanti un pò per abitudine. Certo, il ripristino di una situazione di quasi “normalità”, fa sì che poi vengano spesso riprese abitudini e stili di vita di sempre in modo abbastanza automatico. Quello che è certo è che le situazioni difficili come quella trascorsa, ci permettono di metterci alla prova, trovando risorse e capacità che non pensavamo di avere ma che, in condizioni di difficoltà, emergono in modo più saldo, mostrando tutta la capacità di adattamento dell’essere umano.

Casa circondariale e covid, soltanto qualche giorno fa è stata riferita unaggressione da parte di un detenuto. Se puoi parlarne, hai notato qualche cambiamento nellambiente?

In generale, l’emergenza sanitaria credo che sia servita anche ad accorciare le distanze tra il “dentro e il fuori” le mura, facendo un esercizio di empatia ed immaginazione. Durante i colloqui fatti appena è stato possibile riprendere l’attività presso la Casa di Reclusione in cui lavoro, noi operatori riferivamo spesso ai detenuti di aver pensato maggiormente alla loro difficoltà di condividere spazi piccoli ( di 3 metri quadrati o poco più per quanto riguarda la stanza detentiva), proprio a seguito del dover convivere tutti insieme in spazi familiari a volte piuttosto esigui.

I detenuti, dal canto loro, mostravano di sentirsi meno esposti, rispetto agli operatori esterni, al rischio di contagio e avevano così abbandonato quella dimensione un pò egocentrica, focalizzata solo su loro stessi, che nasce spesso nei contesti privativi.

Ovviamente, non sono mancate le criticità date dalla totale sospensione delle attività trattamentali a cui solitamente aderiscono ( scuola, università, laboratori teatrali, gruppi di preghiera e psicologici…) e dall’impossibilità di vedere  fisicamente i propri congiunti ed abbracciarli.

Solo recentemente, infatti, contando anche sull’apertura delle aree verdi, è stato possibile ripristinare i regolari colloqui con le famiglie, elemento, questo, quanto mai prezioso per promuovere il mantenimento degli affetti e l’esercizio del ruolo genitoriale, per i papà detenuti.

Dopo mesi di lockdown un consiglio su come ricaricare le pile

Durante il lockdown, a tutti sarà capitato di fare propositi o di coltivare il desiderio di rivedere una certa persona, un luogo particolarmente caro. Questo aspetto ci ha permesso di resistere in quei giorni faticosi, coltivando la speranza di tornare presto a fare le cose che ci davano gioia. Il rischio, però, è di arrivare al periodo estivo con eccessive aspettative, compressi tra emozioni contrastanti (il timore del rischio che ancora incombe e per cui si richiede di non abbassare la soglia della prudenza, la voglia di sfruttare al massimo il tempo e la libertà riconquistati, il pensiero dei mesi futuri e   di cosa si prospetterà di fronte a noi…).

Di fronte a questo, è bene prima di tutto non perdere quella connessione con noi stessi, le nostre emozioni e i desideri che i tempi rallentati del lockdown ci avevano regalato. In secondo luogo, è utile anche abbassare un pò le aspettative, avendo indulgenza verso noi stessi: concediamoci “tempi morbidi”, ricordandoci che il periodo trascorso necessita di uno spazio per essere rielaborato al meglio. E non preoccupiamoci troppo se ci sentiamo più stanchi, confusi, meno performanti perché tutti questi stati d’animo sono aspetti importanti e naturali del percorso di accettazione di  eventi difficili come questo.

In caso ci fosse una seconda ondata di contagi e quindi un secondo lockdown che effetto pensi possa avere su di noi, sia singolarmente che come collettività sociale?

Singolarmente penso che non avrà un impatto così forte psicologicamente come il primo lockdown, proprio perché la mente va nel panico quando non ha, in memoria, una situazione già trascorsa che faccia un pò da guida di fronte alle difficoltà.

Questa emergenza non aveva precedenti e ci ha colti del tutto impreparati. Il ripetersi di questa situazione, per quanto costituisca un evento senza dubbio molto stressante, ci vedrà maggiormente preparati perché nel frattempo abbiamo attivato risorse pratiche ed emotive su cui adesso, a differenza del passato, sappiamo di poter contare.

Dal punto di vista sociale, sono un pò intimorita da come potrebbero cambiare, nel lungo termine, le relazioni interpersonali.

Certo è importante rispettare tutte le norme di distanziamento volte a ridurre il contagio ma non vorrei mai arrivare al punto di considerare una cosa ordinaria il perdere l’abitudine alla prossimità fisica, al contatto, alla vicinanza, al saluto con una stretta di mano, una carezza in un momento di difficoltà o tenerezza.

Aspetti, questi, che arricchiscono e scaldano la comunicazione tra esseri umani, soprattutto in certe fasi di vita (si pensi all’importanza del contatto per i bambini, per gli adolescenti ma anche per gli anziani e in tutte quelle situazioni dove l’uso della parola è compromesso da una disabilità).

Stefano Calvani

 

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Pubblicato il 1 agosto 2020

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