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Uomo e paesaggio, due realtà diverse o in simbiosi tra di loro?

Ci siamo mai domandati se tutto quello che ci circonda sia solo il frutto dell’opera dell'uomo contemporaneo? Un filare di viti che corre lungo le dorsali collinari, un’abitazione inquadrata nel mezzo di una pianura ed un ricco mosaico boschivo, possono essere il frutto di un lungo processo storico tramandato dall’uomo in rapporto con la natura e che ha prodotto tutti quei fattori che hanno dato vita ai nostri paesaggi.

 MARTA ALLEGRI
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Natura e uomo instaurano un processo co-evolutivo nel rispetto dell’equilibrio ambientale. All’interno dei primi nuclei insediativi, il processo di adattamento dell’uomo agricolo consisteva nello sfruttare le risorse che un terreno poteva offrire. Molte sono state, dunque, le ragioni per il quale gli esseri umani hanno edificato i propri insediamenti. Essendo l’uomo un agente geomorfologico, cioè il primo fattore ad impattare sulle forme naturali del terreno, egli ha applicato determinati tipi di gestione territoriali al fine di indirizzare l’ambiente per i propri utilizzi. La gestione territoriale può avere dunque due processi: una gestione adattiva, il modo con cui l’uomo si è adeguato al contesto di un dato territorio nel rispetto dell’equilibrio ecosistemico di un ambiente (come rispettare la capacità di rinnovamento del terreno e la sua rigenerazione della fertilità); oppure una gestione di natura aggressiva: atta a sfruttare tutte le risorse che offre un terreno senza rispettarne l’equilibrio naturale e favorendo processi di degrado ambientale del suolo sfruttato. Queste forme di gestione sono perciò il comun denominatore della scelte abitative di piccoli e grandi insediamenti umani che, per determinate strategie di locazione, hanno scelto di edificare i propri villaggi, diocesi, castelli o città in funzione delle proprie esigenze collettive, tracciando l’essenza storica nel nostro paesaggio.

Partiamo dalle origini

Se il paesaggio è quindi il legame nato tra l’uomo e la natura, gli edifici e le sue funzioni costituiscono piccoli manufatti che compongono il grande mosaico umano della storia abitativa. Esistono categorie di paesaggio che non sempre possono essere l’esatta corrispondenza di scelte scontante e logiche, come possono essere la costruzione di piccoli villaggi solo ad uso e consumo esclusivamente agricolo. Quindi possiamo riscontrare, dalla fine dell’età romana fino al periodo moderno, la presenza di 3 tipi dominanti di paesaggio: il Paesaggio del Sacro, caratterizzato dall’insediamento di una comunità agricola gestito da una rete ecclesiastica, il Paesaggio del Lavoro, ossia tutti quei paesaggi che hanno fornito lo scheletro della civiltà agraria, e infine, il Paesaggio del Potere cioè tutte quelle strutture governate da un’organizzazione centrale dominante al fine di estendere la propria autorità su una vasta zona territoriale. Ad esempio, trovare la presenza di pievi, parrocchie e santuari dislocati nel mezzo di un paesaggio collinare possono essere un primo indizio di lettura di un insediamento umano dell’età medievale e moderna, la cui funzione passata si è dissolta lungo il tempo. Infatti, le pievi erano strutture edificate all’interno della rete diocesana appartenente ad un’organizzazione ecclesiastica, che con la sua conformazione centrale, estendeva un dominio a lungo raggio che andava a ricoprire persino luoghi limitrofi della campagna. In qualità di sedi istituzionali e rappresentative del popolo di Dio, la Pieve aveva la funzione primaria di accoglienza dei fedeli, attraverso i riti sacramentali del battesimo, della confessione spirituale e persino della sepoltura, ed una secondaria atta alla gestione di altrettante chiese minori dedite al controllo economico dei vari nuclei abitativi, in quanto luoghi della riscossione di decime (tasse) sui prodotti agricoli.

Un’espansione di questa portata implementava automaticamente una tipologia di villaggi dislocati a maglia larga su tutto il paesaggio, andando quindi a costruire delle microparticelle urbane formate a seconda degli assetti orografici e geomorfologici di un terreno. Tipo alcuni villaggi medievali formati attraverso un modello insediativo sparso, formavano piccole abitazioni agricole isolate dalle grandi zone centrali, come le curtes (ville) e i casalia tipici IX-X secolo; oppure la presenza di villaggi accentrati organizzati intorno eventuali castelli medievali, parrocchie e chiese, nati per esigenze difensive, sociali, economiche e fiscali. (come durante il periodo della Rivoluzione Castrense del XI e XII secolo o la Rivoluzione Poderale dell’età moderna). Le tracce lasciate da questi piccoli nuclei potevano essere molte: una di queste era la presenza di santuari collocati o nelle appendici di zone montuose, quali territori di insediamenti abitativi, o lungo i tracciati viari di alcuni villaggi. In genere non erano istituiti dalla autorità ecclesiastica e la loro manifestazione costituiva il prodotto di devozioni popolari riconosciute in seguito dal clero. Solitamente la loro nascita era il simbolo della rete organizzativa cristiana dettata dalla presenza di ordini religiosi provenienti dall’esterno che allargavano il loro dominio sulla presenza di piccoli centri urbani, e che ad oggi sono il piccolo lascito testamentario dell’immaginario cristiano.

Il Paesaggio del Lavoro Agricolo

Dunque, se i santuari sono la conservazione della memoria collettiva da un punto di vista simbolico, gli edifici agricoli, come poderi, fattorie o piccoli ruderi sono la traccia preminente della nostra civiltà agricola, che hanno lasciato i loro indizi fino alla loro effettiva cessazione. Una zona montuosa, con importanti versanti a precipizio avrà un determinato tipo di coltura e di insediamento umano rispetto ad una zona collinare o pianeggiante nel quale potevano ospitare, non solo una maglia più fitta di nuclei abitativi, ma anche una varietà di coltivazioni. Tendenzialmente, la prima cosa che può saltarci all’occhio è l’estensione di un dato territorio e la sua tipologia di forma. Esso può presentarsi con un terreno a forma chiusa, definita enclos, cioè un campo delimitato da una struttura  recintata di genere viva (alberi, siepi o arbusti) o morta (muri a secco e steccati) o a forma aperta, definito openfield ossia campi aperti privi di qualsiasi recinzione. Queste forme variano nel corso della storia e alcuni territori preservano ancora tali assetti: come la Piana del Fucino (Abruzzo) e Castelluccio di Norcia (Umbria) o il classico latifondo mediterraneo, dove le lunghe strisce di campi aperti consentivano la presenza di: un insediamento abitativo accentrato, la presenza di un allevamento stabulare e una coltura tendenzialmente di tipo cerealicola.

Mentre la presenza dei campi chiusi prevedeva un tipo di insediamento sparso caratterizzato da una suddivisione precisa dei terreni e da una maglia viaria piuttosto fitta. Sono infatti il tipico esempio dell’individualismo agrario presente specialmente nelle zone atlantiche dell’Europa.  Il fenomeno della forma chiusa ebbe il suo sviluppo a partire dal XIII secolo in conseguenza delle prime forme di proprietà terriera nate per tutelare l’agricoltore o lo stesso proprietario  a seguito di proteggere i raccolti dall’allevamento bovino oppure da debellare eventuali diatribe a fronte dell’aumento della popolazione. Ad esempio, la presenza di zone recintate a forma viva consentiva non solo la biodiversità del territorio ma erano ottime protezioni da eventuali azioni climatiche che potevano danneggiare o erodere il suolo coltivato. Perciò ogni tipologia di campo prediligeva una diversa tipologia insediativa; il latifondo mediterraneo era caratterizzante non solo per la policoltura e la transumanza, ma anche per la presenza di villaggi accentrati situati lontani dalle zone di coltivazione poiché le esigenze della coltura non richiedeva la presenza sempre attiva dell’uomo. Mentre il classico paesaggio della mezzadria poderale si caratterizzava a seconda della geomorfologia dei terreni, come nella zona del Chianti Fiorentino possiamo trovare la presenza di diversi edifici poderali plurifamiliari organizzati a maglie sparse per ospitare un tipo di policoltura mista tra vite e seminativi. Oppure la zona della Montagnola Senese era un luogo caratterizzato da una fitta rete di ville signorili e padronali poste in funzione del mercato agricolo dominante nel territorio. Infine, anche la presenza di strutture manifatturiere sono il prodotto della realtà agricola dei nostri territori, come la presenza di mulini, frantoi ed essiccatoi o di strutture pre-industriali dedite alla produzione di oggetti d’uso artigianale e possono essere un buon indice di lettura del tipo di paesaggio medievale-moderno, magari caratterizzato da una forma economica predisposta o vicino a zone urbane oppure organizzato su un economia di mercato ad ampia scala.

Può sembrare strano, ma il nostro paesaggio è il prodotto della stratificazione di più villaggi, popoli e imperi che hanno lasciato, chi in maniera più incisiva chi meno, alcune tracce del passato che si ripercuotono nel nostro presente e si manifestano ognuno nella loro singolarità. Resta a noi identificare le nostre tracce e resta a noi a valorizzarle nella loro totale bellezza. Nel Catalogo Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici, progetto lanciato dal Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali nel 2010, sono registrati tutti quei paesaggi che hanno preservato, allo stato nativo, l’essenza della realtà rurale e agricola dell’Italia pre e post – unitaria al fine di garantire non solo la valorizzazione di questi ma anche la tutela della loro messa in sicurezza da eventuali processi di industrializzazione. E tu cosa ne pensi? Sei mai riuscito a identificare le tracce del passato che circondano il tuo quotidiano?

Marta Allegri

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Pubblicato il 4 luglio 2020

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