Volontariato in Africa: il racconto di Gianluca dopo la sua esperienza in Kenya

«Volevo fare un’esperienza che avesse un senso, che mi lasciasse qualcosa, per quanto potesse rivelarsi dura o difficile - racconta - volevo investire il mio tempo in un’attività che avesse un significato vero. Forse ha influito anche l’aria che tira in Italia. Mi sembra che si sia aggravata la situazione dal punto di vista della sensibilità verso gli altri, verso le minoranze e chi sta peggio»

 POGGIBONSI
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È  una cosa a cui pensava da tempo, Gianluca. Andare a vedere coi propri occhi quello che succede in Africa e dare una mano è un'idea che aveva da anni, ma avevano sempre vinto la pigrizia e la voglia di leggerezza. Poi a un tratto la curiosità è diventata un'impellenza e da Poggibonsi è partito per trascorrere tre settimane come volontario in Kenya, in un orfanotrofio gestito da una ONG milanese che si chiama Alice for Children.

«Volevo fare un’esperienza che avesse un senso, che mi lasciasse qualcosa, per quanto potesse rivelarsi dura o difficile - racconta - volevo investire il mio tempo in un’attività che avesse un significato vero. Forse ha influito anche l’aria che tira in Italia. Mi sembra che si sia aggravata la situazione dal punto di vista della sensibilità verso gli altri, verso le minoranze e chi sta peggio in generale. Ho iniziato a pensare di fare qualcosa per un sistema in cui tutti stiamo un po’ meglio, perché io sto meglio se tutti stanno meglio. Secondo me negli ultimi anni in Italia c’è stata una caduta verticale di questa coscienza».

Alice for Children dal 2007 sviluppa in Kenya progetti con l'obiettivo di garantire a bambini orfani o vulnerabili di accedere all'istruzione scolastica, a corsi di formazione professionale e a tutti quegli strumenti che possano permettere loro di crearsi un futuro e una vita dignitosa. Gianluca è stato in un orfanotrofio alla periferia della capitale Nairobi, dove l'aspettativa di vita è di 45 anni e c'è gente che muore di "vecchiaia" a 35. A pochi passi c'è una grande discarica, la più grande dell'Africa orientale (chi quest'anno ha visto il film Antropocene, ce l'ha sicuramente presente).

«Si continuano ad ammucchiare rifiuti e così c'è la mafia e non c'è un piano su cosa fare di questi rifiuti - spiega - per quanto sia una cosa che nel tempo ammazza le persone, però, molti campano di espedienti intorno a questa discarica. I bambini non vengono lasciati nelle baracche (slums) perché c'è un problema di stupri e rapimenti e così le mamme spesso li portano con sé tra i rifiuti, con tutto quello che questo comporta per la salute. Poi c'è l'AIDS che è molto diffusa, al punto che i farmaci sono gratuiti, ma le condizioni di povertà sono tali che molti ammalati non hanno mai lo stomaco pieno per prenderli».

«Nell'orfanotrofio dove sono stato ci sono circa sessanta ragazzi, dai 3 ai 16 anni, raccolti fondamentalmente dalle situazioni più brutte della terra - dice Gianluca -. E' il caso del bambino trovato solo a vagare per le baraccopoli, perché il padre se n'era andato e la mamma era morta, o dell'altro bambino che viene picchiato dalla nuova compagna del babbo. Alice for Children ha messo in piedi anche due scuole, una a est e una a ovest della discarica, dove insegnano dalla seconda elementare fino alla terza media. Mentre ero lì mi sono domandato cosa fosse meglio fare per uscire da questa situazione. E la risposta, alla fine, è quella a cui sono arrivati loro: fare delle scuole dove quelli che hanno 7 o 8 anni possono diventare in grado di fare i camerieri in centro a Nairobi, che vuol dire portare a casa 20/30 euro. Se queste famiglie hanno un'occasione per uscire di lì è perché anche solo uno dei figli ha studiato, sa leggere e scrivere ed è in grado di trovarsi un lavoro fuori. A quel punto magari può mandare a casa qualcosa per aiutare la famiglia». 

Cosa lascia un'esperienza come questa

Dopo l'esperienza di tre settimane Gianluca è rimasto in contatto con l'ONG, che cerca continuamente di coinvolgere i propri volontari in iniziative per creare una comunità attorno a questo progetto. Da inizio dicembre si è fatto portavoce della campagna di Alice for Children #IlRegalopiùBello e ha creato una raccolta fondi per sostenere la cura dell'anemia falciforme. Si tratta di una malattia genetica del sangue, caratterizzata da anemia cronica, che da noi è praticamente debellata ma che nell'Africa sub-sahariana colpisce l'80% delle persone. Può portare anche alla morte, ma è curabile, grazie ad antidolorifici, acido folico e trasfusioni di sangue.

«Una delle cose che mi è successa in quest'esperienza è stata cambiare il mio punto di vista rispetto alla carità e all'ipocrisia in generale - racconta Gianluca -. Mi spiego meglio. Prima mi avrebbe dato fastidio l'atteggiamento di certe persone, molto ricche, che per stare bene con le loro coscienze regalano i soldi. Della serie "fai un sacco di troiai durante il giorno e poi dai 100 euro ai bambini africani". Dopo quest'esperienza dico: non mi permetto di giudicare il loro comportamento, ma, se anche fosse, va bene uguale. Può esserci una parte di compiacimento, siamo esseri umani, capaci di cose meravigliose e bruttissime allo stesso tempo. Fatto sta che ora sessanta bambini sopravvivono grazie a questa realtà e quindi bene, bisogna avere la forza di dire sì». 

«Non sono tornato devastato, per me è stato quasi meglio - aggiunge - ok, c'è questa situazione difficile, però ci sono anche tante persone che lavorano per migliorarla. Tante volte le persone non si impegnano nelle cose perché pensano che sia quasi inutile, credono che non risolveranno niente e invece dare una mano cambia. La vita è più forte anche di quelle cose lì. Un'ultima cosa: le distanze sono vicinissime, quasi non esistono. In Kenya un uomo bianco viene chiamato muzungu (letteralmente significa colui che assedia). Come per noi sono tutti marocchini, quando invece potrebbero avere origini senegalesi, nigeriane ecc. Basta pensare che negli anni Sessanta i meridionali che andavano a Torino erano "i Napoli". Insomma, quello che voglio dire è che come ti sposti lo straniero per te diventa un'unità unica. Questa roba deve insegnarci qualcosa, dai, è sempre la stessa».

​Alessandra Angioletti

Pubblicato il 31 dicembre 2019

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